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A walk through Y.B.A.  
Cecilia Canziani
ISSN 1127-4883     BTA - Bollettino Telematico dell'Arte, 8 aprile 2001, n. 259
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Area Artisti

Riflessione a posteriori tra Paesaggi, panoramica (è il caso di dirlo) sull'arte inglese, alla Galleria d'arte Moderna di Roma e "Between Cinema and a Hard Space", con cui si è inaugurata l'apertura della Tate Modern . Entrambe le mostre si sono concluse diversi mesi fa. Quello che non si è concluso è un interesse nei confronti della giovane arte inglese.

Completamente diverse nell'allestimento e apparentemente distanti nello spirito (Between non intende presentare esclusivamente artisti inglesi) le due mostre dirottano l'attenzione sul dato più interessante della scena artistica inglese: dal paesaggio al passaggio, l'arte british parla di spazio. Che a Roma si manifesta nella sua componente statica - lo spettatore osserva gli stills di Rachel Whiteread- a Londra è movimento: e sempre Whiteread presenta alla Tate Ghost, analisi dello spazio (si tratta di un calco in gesso dello spazio interno di una stanza) che si sperimenta solo circumnavigandone la superficie. Allo stesso modo le opere di Julian Opie in mostra a Londra e a Roma si distinguono per la percorribilità dell'installazione alla Tate, in cui l'artista espone una replica tridimensionale in stile Lego della realtà urbana, e la bidimensionalità dei due lavori della Gnam; facce entrambe della stessa medaglia, perché oggetto della ricerca di Opie è la distinzione tra scultura, pittura e oggetti del quotidiano.

Con Between Cinema and a Hard Space il paesaggio diventa quindi il pre-testo per un'analisi della relazione opera-spazio-spettatore, cui fa da splendida eco il meccanismo ideato da Herzog e De Meuron per la Tate, un organismo pulsante la cui funzione primaria è quella di stimolare la circolazione. Si cammina attraverso, intorno, sotto o sopra le installazioni presenti in mostra per mutare sguardo, per sperimentare una visione attraverso, Labyrinth di Ilya Kabakov è lo spazio della memoria, gli specchi che moltiplicano il nostro riflesso in Ballet of Woodpeckers di Rebecca Horn rimandano agli spazi dell'inconscio. Gary Hill affronta il tema del linguaggio attraverso l'immagine, esplorandone i limiti e mettendone a nudo le contraddizioni. Sette figure sedute su una panchina danno le spalle all'entrata di una stanza: Juan Munoz, inducendo lo spettatore a portarsi di fronte all'opera, lo trasforma da soggetto ad oggetto dello sguardo. Alle relazioni che intercorrono tra lo spazio del privato e lo spazio del cosmo allude Cold Dark Matter di Cornelia Parker, exploded view di una casa, sospesa al centro della galleria che ospita l'installazione, illuminata dall'interno a proiettare sulle pareti la propria ombra e l'ombra dello spettatore; attraverso luci e ombre Parker indaga lo spazio inbetween, e la sua opera dialoga con Opposite Circle di Tatsuo Miyajima, in cui un cerchio di led illuminati pulsa nel buio e richiama alla memoria la computazione del nome di dio, che in un racconto di A.C. Clarke mise fine all'universo.
Spazio dell'esistenza, per Nantes Tryptich di Bill Viola: il passaggio dalla nascita alla morte, proiettato su tre schermi distinti viene unificato dallo sguardo: diventa paesaggio.




 
 

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