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Promenade a New York alla scoperta di Emilio Baracco  
Roberta Balmas
ISSN 1127-4883     BTA - Bollettino Telematico dell'Arte, 27 Maggio 2004, n. 366.
http://www.bta.it/txt/a0/03/bta00366.html
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Area Artisti

Se compri Time Out di New York hai solo l'imbarazzo di dove e cosa andare a vedere perché ci sono un centinaio di gallerie, oltre ai tanti musei ed istituzioni, tutti suddivisi per quartieri. Quindi la scelta è ardua e difficile e un giorno di questo marzo 2004, passeggiando per la 57 Street, all'angolo con la 5 Avenue, ne trovo alcune indicate nelle targhe perché di solito sono lì, dentro i building, nei vari piani; quindi devi suonare e farti aprire. C'è quel che si dice la volontà del visitatore a cercare e trovare proprio quella mostra in quella determinata galleria e non è come da noi, anzi qui a New York si dice che le gallerie poste al piano terra sono quelle "commerciali", perché più facili, dirette e raggiungibili, quindi da evitare !! È proprio in una situazione di queste che ho trovato Emilio Baracco: un italiano a New York alla Uma Gallery. Salgo al sesto piano e nello spazio seppur minimo di due sale mi godo questa mostra che grossolanamente suddivido mentalmente, in modo quindi molto arbitrario, in tre temi: sculture-fusioni, donne-acquarellate, classico-pastello. Sono questi gli elementi ricorrenti dell'artista da sempre amante nel ripercorrere gli elementi classici della figura corpo-comprensiva di testa e che ci porta a continui parallelismi tra natura-cultura, spontaneità-razionalità e via dicendo.

Nel percorrere l'esposizione, mi trovo davanti ad una una serie di figure femminili. Donne fatali, sensuali e perfette nella loro bellezza: labbra carnose socchiuse dove si intravede una dentatura bianca e regolare; guance paffute ma occhi negati, socchiusi e misteriosi; capelli che si assottigliano tanto da allungarsi e trasformarsi in tanti tubi chirurgici, metallici, capaci di riportarci a quell'esteriorità patinata, artefatta e artificiale prodotta da quei sapienti ritocchi liftinei oggi tanto di moda; seni a volte coperti; braccia lunghe; mani affusolate. Queste donne fatali che dovrebbero rimandarci a un senso perfetto di estetica, di tranquilla bellezza, producono invece inquietudine e un senso di sottile agitazione. Pur nella loro controllata e oserei dire fredda perfezione questi volti, questi corpi si aprono, ma è un'apertura lacerante, il cui interno costruito regolarmente a "mattoncini", improvvisamente si sfalda. Si aprono voragini, si solcano corpi, un interno non viscerale ma squadrato che va in frantumi, come nella composizione Apparenza 1: il nostro sguardo vede, si sofferma inizialmente nel volto perfetto di una donna ma quando l'occhio scorre giù lungo il collo si accorge del cambiamento, vede un baratro, uno spaccato violento e deturpante.

Tutti i quadri di Emilio Baracco ci rimandano a queste immagini doppie, quasi a sottolineare che il femmineo porti con sé un mondo pieno di contrasti: perfezione esteriore e distruzione interiore. Interno-esterno, essere-avere, questo continuo binomio pervade tutti i suoi lavori e ci accompagna non nel disordine quanto piuttosto nel cercare, nel tentare di mettere un ordine nelle cose. Così come gli altri temi, cari a Baracco, ne sono quasi una conferma e sono gli elementi ricorrenti dei lavori precedenti al "femmineo", e che troviamo più articolati, più efficaci ed incisivi. La classicità dei volti, le maschere, gli elementi geometrici e quelli di natura animale rimandano sempre a un desiderio di perfetta armonia, a quella coniugazione o all'auspicio di un'unione sempre insita nell'animo umano. Come nella La forma e l'ideale del 2002 forme ricomposte. Una testa-cranio suddivisa da linee che delimitano le "zone": pensiero, suono, segno, forma, arte. Inevitabilmente il sottolineare, marcare le parti ci rimanda al ricordo della suddivisione del nostro cervello in lobi dove ognuno è deputato a svolgere un determinato compito. Come a dire che il tutto è lì concentrato, ma poi al di fuori sboccia la natura dal vaso con la sua eterna, rassicurante bellezza.

Nelle sculture-fusioni invece come Pensiero mobile, bronzo del 2000, vi è una sorta di coniugazione tra classicità e metafisica, tra passato e presente.

Quindi se un'opera ci pone degli interrogativi, se provoca sensazioni contrastanti, vuol dire che si lascia parlare e ponendoci domande, cosa non da poco specie in questo contesto social-cultural-politico alquanto degradato, afflitto e dubbioso sul da farsi; vuol dire che ci sta comunicando qualcosa, ci sta sollecitando: è un modo per risvegliare le nostre menti addormentate.

Ma l'arte deve solo"emozionare" ? E che cosa si intende per "emozione" ? Chiedendo aiuto anche alla psicologia si potrebbe dire che l'emozione è frutto di una reazione fisiologica a cui segue una rappresentazione mentale ma la definizione è banale e superata; ora si preferisce dire che l'elaborazione cognitiva ci dà la consapevolezza dell'emozione. Meglio però è considerare che, come dice Arnheim « ... qualsiasi stato mentale possiede dimensioni conoscitive, motivazionali ed emotive ...» o come afferma il cognitivista Bruner: « ... conoscenza, sentimento e azione sono elementi costitutivi di un insieme unitario » . Al di là di tutto ciò che ci porterebbe molto lontano dal definire il lato emotivo, ai molteplici significati di un'opera, al contesto della sua fruizione e all'effetto che provoca in ognuno di noi, forse possiamo sintetizzare usando le parole con cui A. Argenton chiude il suo libro Arte e Cognizione: « L'arte è conoscenza e comprensione del mondo e la conoscenza e la comprensione psicologica del fenomeno artistico è indispensabile per contribuire a conoscere e comprendere la natura umana ».




Breve intervista all'artista

Ogni artista è un caso a sé, nel senso che la maggior parte non si riconosce in nessuna corrente o scuola che dir si voglia, ma lei come si definirebbe ? o meglio quali sono stati i suoi "maestri" o le influenze ricevute ?

Quando mi viene chiesto di definire il mio linguaggio artistico rispondo che mi ispiro alla "Metafisica", ma è certamente una semplificazione anche perché questa corrente è fatta coincidere quasi esclusivamente con Giorgio De Chirico. Mi interessano piuttosto altri accostamenti, ad esempio ad Alberto Savinio, di cui ho apprezzato l'eclettismo artistico; ancora nella pittura mi piace ricordare il surrealismo di Max Ernst e la visionarietà di artisti fra loro molto diversi quali William Blake, Arnold Bocklin, Heinrich Fussli. I miei punti di riferimento per la scultura vanno da Auguste Rodin a Pablo Picasso, di quest'ultimo in particolare voglio ricordare gli assemblaggi con oggetti diversi (vedi la "testa di toro-metamorfosi" un semplice ma geniale accostamento di un manubrio di bicicletta e di una sella del 1943); da giovane studente ho apprezzato le prime sculture di Alberto Giacometti, e Marcel Duchamp, quindi il movimento dada, inoltre la nuova figurazione inglese degli anni '60-'70. Credo comunque che tutti questi differenti riferimenti siano stati elaborati e trascritti avendo presente l'arte classica mediterranea, base della nostra cultura e civiltà, punto di riferimento imprescindibile per qualsiasi espressione artistica. È difficile quindi collocarmi in un solo movimento artistico, l'area di espressività è principalmente quella della Metafisica e del Surrealismo.


Ci può descrivere il suo percorso artistico ? Lei come nasce ?

Da ragazzo, mentre ero studente all'istituto d'arte, frequentavo lo studio dello scultore padovano Amleto Sartori, da cui ho appreso la tecnica della scultura, dal modellato con creta o plastilina al trasporto in gesso, ma anche l'intaglio nel legno, la cartapesta, la lavorazione del cuoio per la creazione delle famose maschere teatrali. Una esperienza giovanile come "ragazzo di bottega", esperienza ormai obsoleta, che raccontarla ai giovani d'oggi suscita il sorriso e l'incredulità, ma che io ricordo con piacere e ritengo sia stata un modo di apprendere un mestiere complesso. Ho continuato poi gli studi all'Accademia di Belle Arti a Venezia con il maestro Alberto Viani e successivamente, conclusi gli studi, ho frequentato i corsi estivi ad Urbino per imparare le tecniche grafiche dell'incisione e della litografia.


Lei è stato ed è incisore, scultore, pittore, e usa sempre tecniche diverse; può a grandi linee, descrivercele e dirci qual è più congeniale, quella con la quale sente di aver detto di più ?

È difficile dire quale sia la tecnica che preferisco, ognuna di esse fa parte del mio modo di esercitare un mestiere il più possibile completo. In alcuni periodi mi dedico maggiormente ad una tecnica rispetto alle altre, ma l'utilizzo di modalità diverse mi permette di approfondire, riflettere, accumulare nuove idee da tradurre successivamente con altre espressività . Ad esempio quando disegno progetto mentalmente già nuove incisioni o nuove sculture, così avviene anche con le altre tecniche, è un continuo travasare idee da un modo di fare all'altro. Certo mi sento indubbiamente più scultore, mi interessa soprattutto la tridimensionalità e lo spazio che considero parte integrante della costruzione dell'idea. Preferisco nella scultura il bronzo che trovo un materiale di notevole fascino, forse perché richiama un vasto tempo passato ed una continuità di impiego; nel mio studio preparo le cere che poi porto in fonderia per la fusione con la tecnica a cera persa.

Invece l'incisione (anch'essa una tecnica gloriosamente antica) ha il fascino legato alla riproducibilità dell'immagine. In particolare la tecnica incisoria mi dà un forte senso del "mestiere", meglio: un completamento di ciò che l'artista dovrebbe saper fare. Richiede non solo abilità ed esperienza, ma stimola una continua ricerca per ottenere nuovi ed interessanti risultati. Il disegno e l'acquerello sono senza dubbio il punto di raccordo tra la scultura e l'incisione: queste opere vivono di vita propria con risultati che spesso precorrono nuove idee e progetti.


Nelle sue opere ci sono temi ricorrenti che vengono di volta in volta elaborati, può dirci il perché della sua scelta ?

La nostra civiltà si esprime e comunica soprattutto attraverso segni e simboli in cui siamo immersi e da cui,a volte, siamo sommersi. Nel mio lavoro cerco quindi di costruire oggetti, forme e altri elementi che diventino grafemi di un mio personale "alfabeto simbolico"con cui decifrare ed interpretare questa babele di linguaggi e realtà. La testa neutra è il simbolo del pensiero, della immaginazione, del sogno e dell'illusione ma anche del progetto; le mani sono lo strumento di comunicazione tattile per antonomasia, ma indicano anche la possibilità di realizzare un'idea, di costruire qualcosa; le ali suggeriscono un desiderio di guardare e andare oltre, anche una sfida verso traguardi e limiti sempre spostati; le forme di solidi richiamano la rigorosità del pensiero filosofico-matematico di rinascimentale memoria (mi riferisco ad esempio al matematico Luca Pacioli). Con la combinazione di tali elementi cerco di costruire un equilibrio, un ponte tra classicità e contemporaneità, tra metafora e realtà, tra poesia e sogno.


Dato che Lei o meglio le sue opere hanno girato in lungo e in largo, e questa mostra oltreoceano ce lo dimostra, cosa può dirci a proposito della differente accoglienza che viene data agli artisti ?

In Italia pecchiamo spesso di esterofilia, viene accolto con particolare attenzione tutto ciò che viene dall'estero, soprattutto quello che arriva dagli Stati Uniti. Molti artisti europei, anche italiani, sono fortemente attratti dalla cultura americana, e questo non è male, ma c'è il rischio di cadere nell'imitazione di modelli che hanno scarsi legami con il nostro linguaggio espressivo. Il risultato può essere provinciale e poco interessante. Viceversa la nostra cultura è vista con grande interesse all'estero, soprattutto l'arte figurativa italiana. Nelle mie mostre negli Stati Uniti ho avuto un'accoglienza estremamente positiva e calorosa, forse proprio perché il mio linguaggio figurativo ha evidenti (e non rinnegate) modalità espressive le cui radici risiedono nella nostra migliore tradizione classica.


Lei pensa che un artista in Italia sia visto diversamente da quello americano ?

A questa domanda è difficile rispondere. Certo è che nel nostro paese si sta vivendo un momento davvero problematico per la cultura e non solo per l'arte. Le gallerie sono in una crisi profonda anche perché hanno perso la loro storica funzione di stimolo culturale e la maggior parte di esse si limita ad un semplice rapporto commerciale senza prospettiva. Il collezionista non viene adeguatamente sorretto e stimolato a compiere scelte lungimiranti e rigorose. Al momento sono pessimista, però qualche differenza c'è con gli Stati Uniti: un artista per lo meno riesce a vivere del suo lavoro senza doversi adattare a fare un'altra attività. Per quanto ho potuto vedere nelle mie esperienze in America il pittore, lo scultore, il fotografo hanno più credibilità e riconoscimento in un paese che si nutre di pragmatismo e non solo di sogni. Il mercato negli USA è decisamente più vivace ed offre più opportunità e soddisfazioni personali.


In questo particolare momento storico può un artista dare il suo contributo, e come può incidere e far sentire la sua voce ?

Questo momento storico è complicato ed incerto, risultano appannati quei principi etici che dovrebbero costituire l'anima di una società. La cultura in generale ha perso di importanza sostituita dal valore del profitto e dalla velocità della tecnica. Non saprei quale ruolo possa assumere oggi un artista. L'arte comunque è sempre stata lo specchio delle società: spesso le ha anticipate. Vedendo le ultime manifestazioni artistiche (le varie Biennali o esposizioni internazionali di arte contemporanea) ho la sensazione che siamo tutti immersi in una confusione che sgomenta e frastorna, forse per la mancanza di punti di riferimento autorevoli. Spero di sbagliarmi, ma l'artista non può fare nulla se non rispecchiare l'incertezza e il degrado attuali. Siamo tutti immersi in un grande e vischioso "blob" e la voce singola dell'individuo, anche quella dell'intellettuale, è sommersa e resa opaca da mille fragori e strepiti. In attesa di tempi migliori, e di profondi cambiamenti, forse l'unica cosa da fare è resistere.






La forma e l'ideale
fig. 1
Emilio Baracco,
La forma e l'ideale
2003
Acquerello-pastello

Apparenza 1
fig. 1
Emilio Baracco,
Apparenza 1
2002
Acquerello-pastello

Paliotto
fig. 1
Emilio Baracco,
Pensiero mobile
2000
Bronzo

 

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