|
1
- Introduzione
Una
delle questioni più spinose e controverse del mondo della critica
d'arte, è sicuramente quella riguardante il falso artistico.
Sebbene la nostra mente riconduca immediatamente al concetto di
contraffazione dolosa, esso include anche il più ampio stretto delle
produzioni artistiche delle repliche, imitazioni e copie. Il confine
è spesso labile, e riuscire a determinare cosa possa essere
considerato falso, così come si lo si intende solitamente, e cosa
non lo sia, rimane uno dei punti critici anche per i più esperti
intenditori.
È
necessario dunque approfondirne la storia, le pratiche, ma
soprattutto il valore morale ed etico che vi si cela, oltre un
giudizio che spesso rischia di compromettere la nostra percezione del
prodotto artistico.
2
- Imitazione e cultura dell'antico nel Rinascimento
2.1
Concetto di Falso e Copia: considerazioni preliminari e accenni
storici
«La
produzione di falsi di opere artistiche costituisce un aspetto
rilevantissimo dell'interesse manifestatosi in ogni tempo... essa
offre preziosi elementi per la conoscenza del livello della cultura
artistica di un'epoca, per i suoi orientamenti critici e per il
gusto» .
Così il celebre restauratore Cesare Brandi esordisce in un testo che
affronta il complesso e dibattuto tema del falso e della copia. Ciò
che emerge da questo estratto è il forte legame tra l'opera del
falsario e l'epoca in cui viene prodotto: un manufatto che
rispecchia il pensiero, le inclinazioni, gli interessi della società
dell'epoca nella quale esso viene prodotto.
Occorre
preliminarmente procedere ad una distinzione tra concetti
frequentemente equivocati, confusi o ancora trattati in maniera
intercambiabile nel campo della falsificazione artistica, con lo
scopo di chiarire e delineare le nozioni fondamentali che
costituiscono il quadro concettuale di riferimento. Prendendo dunque
in esame parole che più volte ricorreranno nel corso del presente
tema, si parlerà di copia, imitazione e falso. La distinzione si
basa, come afferma Brandi, sull'intenzione che muove l'artista a
scegliere l'una o l'altra opzione.
Secondo
quanto riportato nel vocabolario, si fa riferimento ad una “copia”
in merito a «Disegno,
pittura, scultura che riproduce più o meno fedelmente un'opera
d'arte. ...Da sottolineare la differenza tra c.
e replica, ripetizione, da parte dello stesso autore, di una propria
opera, anche apportandovi varianti, uso diffuso anche in età
contemporanea; la c.
va distinta inoltre dal falso, per la sua intenzionalità non
fraudolenta» .
Si noti come all'interno della stessa definizione vi sia già
presente una distinzione dal concetto di replica, ma soprattutto da
quella di falso in merito alle intenzioni che spingono l'artista a
voler copiare un'opera preesistente. Per una definizione più
approfondita, si prende in esame quella ricavata dal Dizionario
della Critica d'Arte,
redatto da Luigi Grassi e Mario Pepe: essa fa riferimento alla copia
come appunto una riproduzione di un'opera originale, indicandola
come genere molto difficile da individuare, a volte quasi
impossibile, per cui «l'esigenza
critica di distinguere tra la C. e l'originale partecipa pienamente
delle difficoltà, esperienza, intuizione, memoria visiva, cognizioni
tecniche del conoscitore» .
Sottolinea inoltre il ruolo delle copie nella storia, in quanto un
tempo rappresentavano un mezzo di diffusione e prototipi di studio
per gli artisti cui vi si ispiravano.
Proseguendo
nell'analisi, si prende in esame la definizione di “imitazione”:
«L'atto
di imitare, cioè di operare ispirandosi a un modello che si cerca di
uguagliare» ,
dunque la reinterpretazione di un'opera o di un artista stesso a
cui si tende ad ispirarsi. Questi due primi concetti si riferiscono a
produzioni distinte, ma che non contengono un'accezione negativa,
poiché è l'intenzione che vi risiede è quella accademica, di
voler documentare e studiare un artista e il suo atto creativo, o
ancora di semplice diletto personale. Tutte intenzioni che non
intendono recare alcun danno, né
morale né
in termini di vantaggio economico. Secondo il Dizionario
della Critica,
già nell'antichità furono poste le basi teoriche del concetto di
“imitazione”, da Platone ad Aristotele, fino a proseguire in
epoca romana e nei secoli seguenti. In sintesi, si può dire che,
lungo il percorso della storia, l'imitazione si è evoluta da
semplice riproduzione del reale a principio creativo ed ideale
dell'arte, attraverso il quale l'artista interpreta e trasforma
.
Infine,
si sottopone ad analisi il concetto di “falso” facendo
riferimento ad una delle molte definizioni che il vocabolario
presenta, utile ai fini della presente tematica: «Falsificato,
cioè imitato o alterato intenzionalmente o a scopo fraudolento» .
È possibile dunque osservare immediatamente la negatività
intrinseca nel concetto, o almeno quella che gli viene attribuita,
dato l'intento doloso che sottintende l'azione deliberata di
creare un oggetto per farlo apparire autentico e di conseguenza
indurre in inganno chi vi entra in contatto .
Tale azione porta chiaramente ad un allontanamento da quell'etica
artistica che valorizza l'atto creativo come gesto culturale e
disinteressato, che trascende dalla mera strumentalizzazione e
commercio del manufatto artistico. I motivi che spingono i falsari ad
agire non sono solamente e prettamente economici, nonostante si
riconoscano nella maggior parte dei casi; l'orgoglio nazionale, la
volontà di valorizzare e promuovere il proprio luogo di provenienza,
o ancora la «“beffa
dotta”, il sadico piacere di ridicolizzare esperti e critici
d'arte» .
Si
può dunque parlare di falso nel momento in cui viene giudicato come
tale. Ed è proprio attorno a questo nodo, al valore etico e morale
del falso che si accendono dibattiti con cui, ancora oggi, il mondo
dell'arte deve confrontarsi. Concorda a tal proposito la
definizione che nuovamente si andrà a riprendere dal Dizionario
della Critica,
sostenendo che la difficoltà di riconoscere un falso coincide con la
necessità di provare l'evidenza di dolo che vi si cela. È da
tenere presente che il falso, come si vedrà, «è
concordemente riconosciuto quale elemento di rilevante interesse per
la definizione degli orientamenti di gusto e delle preferenze di una
certa epoca; sotto questo aspetto il F. assume un valore che può
definirsi ‘storico-critico'» ;
si tratta, dunque, di una pratica che va di pari passo con l'epoca
in cui essa viene attuata.
La
conclusione posta al termine di questa definizione in particolare, fa
riferimento al fulcro della questione e al dibattito che si svolge
attorno al cosiddetto “falso d'arte”, ossia la complessità di
comprensione di tale fenomeno a causa della sua naturale
predisposizione critica.
Non
sempre però il falso ha avuto accezione negativa. Storicamente
parlando infatti, è comprensibile come la falsificazione e la
contraffazione possano avere luogo solo dopo la formazione di un
giudizio, critico e morale, del valore di un'opera. Già in epoca
classica, ad esempio, tali pratiche si legavano principalmente alla
“mistificazione della materia”, per cui gli artisti usavano
produrre materiali che, dopo essere stati modificati e trattati,
apparivano in seguito diversi da ciò che erano in principio. Si
tratta di tecniche che troviamo descritte anche da autori come Plinio
e Vitruvio.
Si capisce bene dunque come, in questo caso, non si tratti di
falsificazione dolosa o comunque moralmente scorretta, ma di semplice
virtuosismo e abilità tecnica nella manipolazione della materia
artistica.
Va
inoltre considerata, quando si parla di storia della falsificazione,
una riflessione sulla nascita del principio di proprietà
intellettuale. Nell'esempio precedente si è parlato di un'epoca
in cui non vi è la concezione moderna dell'artista come unico
titolare del proprio lavoro, per cui sarebbe difficile poter parlare
di falsificazione ai danni di tale titolarità. La proprietà
intellettuale è per definizione unica ed inimitabile, ed è per
questo che di conseguenza la contraffazione diventa possibile. In
tale senso, il Rinascimento vede cambiare l'idea della figura
dell'artista, non più semplice artigiano, ma autore di un atto
creativo la cui copia o falsificazione può celare intenti di studio
o omaggio artistico, nei migliori nei casi, ma anche di
appropriazione illegittima in quelli peggiori. Nei secoli a venire si
assiste ad una progressiva formalizzazione di quelli che oggi
chiamiamo diritti d'autore, demarcando sempre più la precedente
distinzione tra copie lecite e falsi fraudolenti, con lo scopo di
proteggere quanto più possibile l'atto creativo dell'artista e
la sua titolarità.
2.2
Eredità classica:
imitazione e cultura dell'antico
È
ampiamente riconosciuta la dicotomia tra mondo classico ed epoca
rinascimentale in termini di storia dell'arte, della letteratura,
ma anche della società stessa di quest'ultimo periodo storico. Il
fenomeno dell'umanesimo che nasce e si sviluppa prevalentemente nel
XV secolo in Italia, vede un modo tutto nuovo di vedere il mondo e la
condizione umana stessa. L'uomo è posto al centro di tutto, capace
di comprendere e interpretare il mondo che lo circonda attraverso
l'intelletto che lo contraddistingue. La conoscenza diventa lo
strumento primario intorno cui l'umanista costruisce la sua vita,
conoscenza che comincia dalla rivalutazione del mondo classico e, in
particolar modo, della sua letteratura e la sua filosofia. Comincia
così in epoca rinascimentale una grande opera di recupero delle
opere antiche avvalendosi di copie e traduzioni di tali testi, alla
quale si assiste parallelamente ad un ritrovato interesse per le
rovine romane e alle nuove scoperte archeologiche che alimentavano la
bramosia di conoscenza diretta dell'antico.
A
questa volontà di porre l'antico come modello universale a cui
ispirarsi tanto nell'aspetto di una nuova educazione morale quanto
in quello delle arti che andavano sviluppandosi in questa epoca di
forte fermento culturale, si affianca la già citata questione dello
sviluppo della concezione di proprietà intellettuale degli artisti.
Quest'ultimi riconoscono l'autorevolezza del proprio atto
creativo, e soprattutto in relazione all'aemulatio
dei modelli antichi come strumento di crescita e superamento della
propria arte, ciò che quindi alimenta quella ricerca intellettuale
ininterrotta che definisce l'uomo dell'epoca.
È
opportuno dunque soffermarsi sul termine aemulatio,
pratica sviluppatasi in epoca rinascimentale in principio nel campo
letterario. Come
suggerisce il termine stesso, si tratta dell'emulazione di un'opera
o di un autore con l'intento di confrontarsi attivamente con i
grandi maestri del passato; si distingue da imitatio,
la semplice riproduzione di un modello, che pur mantiene una sua
importanza nella prassi accademica artistica, che nell'atto di
emulare l'artista tenta di superare il modello originale,
apportando un'innovazione che porti con sé uno stampo personale. I
modelli per eccellenza a cui fa riferimento l'ideale umanista sono
quelli appartenenti al mondo classico, che permettono agli artisti
che vi si confrontano e che ne tentano l'emulazione di attuare una
sorta di sfida intellettuale che permette loro di raggiungere il
miglioramento del proprio atto creativo.
Come
sosteneva Ernst Gombrich, vi sono due modi di rapportarsi al
classico, ossia attraverso l'imitazione e l'assimilazione. La
prima pratica consiste nell'emulazione di grandi modelli antichi,
fase tipica che si colloca agli inizi del percorso di un artista che
viene prevalentemente sfruttata per l'apprendimento del disegno,
mentre il concetto di assimilazione è ben più complesso: consiste
nella rielaborazione dei modelli sulla base di influenze personali,
culturali, religiose e politiche. Gombrich osserva come gli artisti
rinascimentali non praticavano semplicemente l'imitazione, ma
integravano elementi dell'arte antica rielaborandoli attraverso lo
studio dal vero e creando così nuove originali composizioni. Non era
quindi sufficiente copiare esattamente un'opera antica, era
necessario modificare e adattare i motivi antichi per adattarli alla
propria composizione, e non sempre questo adattamento veniva
apprezzato. Gombrich fa un parallelo con la letteratura: sebbene i
rinascimentali classicisti criticassero, nella scrittura latina, chi
aveva rovinato il latino classico con errori definiti “barbarismi”,
non ammissibile copiare parola per parola, poiché bisognava
trasformare il modello in qualcosa di nuovo, mantenendo lo spirito
dell'antico. Quintiliano e Seneca dicevano che imitare significa
trasformare, non copiare meccanicamente .
Nonostante
la progressiva affermazione di una chiara identità da parte degli
artisti nei confronti del proprio operato, e dunque di quella che si
può definire proprietà intellettuale, anche in questo caso si
tratta di semplice imitazione piuttosto che falsificazione in termini
dolosi. Ciò non esclude tuttavia la presenza di alcuni episodi che
hanno visto grandi artisti della storia dell'arte approfittare
della profonda conoscenza dell'antico per scopi non del tutto
accademici o dilettantistici.
Nell'epoca
rinascimentale gli scavi archeologici diventano di fondamentale
importanza per gli artisti che intendono studiare e approfondire
l'arte classica, avendo così l'opportunità di poterlo fare in
maniera diretta sui reperti recuperati. Roma in particolar modo
ricopre un'importanza sopraelevata rispetto ad altre città
italiane: i ritrovamenti archeologici che qui vengono rinvenuti
possiedono un grande valore sia collezionistico che commerciale,
poiché «a
Roma le circostanze stesse del rinvenimento possono suffragare
l'antichità degli oggetti» .
La posizione, dunque, del ritrovamento dei reperti antichi supporta e
rafforza la concezione di autenticità degli stessi, creando una
sorta di “certificazione indiretta” in assenza di documento
scritto; ciò ha reso la pratica della falsificazione di manufatti
antichi più facilmente praticabile in questo contesto storico. Ne è
un esempio il famoso caso del Cupido
di Michelangelo.
Questo
grande interesse collezionistico nei confronti di manufatti classici
non faceva altro che alimentare dunque la produzione di falsi.
Risulta evidente che non vi è una netta connotazione negativa nei
loro confronti; tuttavia, vi è un'ulteriore distinzione tra
giudicare la contraffazione di un dipinto o una scultura durante il
XVI secolo. Infatti, se nel primo caso si parlava di comune frode,
nel secondo «la
falsificazione di una scultura classica era invece pregiata come
raggiungimento supremo ed invidiabile» ,
a sostenere ancora quella ricerca del superamento dell'atto
artistico originale come innalzamento della propria arte e del
proprio intelletto. Questo è ciò che emerge anche dalle parole del
Vasari, il quale elogia Tommaso della Porta, falsario di teste in
marmo antiche, proprio per la sua abilità di lavorare la materia con
tale virtuosismo .
Durante
il XV-XVI secolo si creano centri di grande interesse collezionistico
nell'Italia del primo Rinascimento che vedono un'importante
circolazione di opere classiche che attirano in particolar modo
collezionisti e appassionati d'arte. Spostandoci dunque nell'area
settentrionale, troviamo una Venezia di fine Quattrocento
particolarmente interessata all'arte greca, che grazie alla sua
posizione strategica poteva disporre di un mercato caratterizzato da
un'intensa circolazione di manufatti antichi. Ciò che viene
riscontrato è una forte attività di collezionismo, all'interno
della quale si potevano osservare raccolte di insiemi organici di
frammenti di opere antiche, ma anche di copie e manufatti moderni. I
collezionisti quindi erano personaggi colti, avevano gusto e una
conoscenza dell'arte che non era più solo appannaggio degli
“addetti ai lavori”, ma anche di figure dilettantistiche; tutto
questo porta ad una profonda riflessione e rivalutazione del valore
delle opere, che siano antiche o semplici copie, e di conseguenza sul
definire negativamente o positivamente quest'ultime. Il
collezionismo non è più semplice attività di accumulo di oggetti
preziosi, ma una raccolta ragionata nella quale i “falsi” hanno
una loro importanza nel creare una continuità là dove necessario,
quindi «La
produzione di un oggetto all'antica, suscettibile del nostro giudizio
di falso, ebbe spesso il fine di integrazione, di ricucitura di un
tessuto iconografico o formale» .
Oltre
Venezia, altro centro di intensa produzione artistica dedita
all'imitazione dell'arte classica era Padova, il cui profondo
culto dell'antico era più «centrato
su valori laici e formalistici, in una relazione letterale e
immediatamente sensibile» .
L'interesse padovano per l'antico, legato fortemente al mercato e
commercio di oggetti “all'antica, si fondava principalmente
sull'immediatezza percettiva dell'oggetto, creando di conseguenza
una forte fascinazione visiva per i manufatti antichi che portava i
falsari a specializzarsi nella produzione di imitazione rese
intenzionalmente antiche.
Si
capisce bene che il valore del falso era interpretato in maniera
diversa a seconda del contesto di produzione e circolazione. Se a
Padova era spiccata l'attrazione per ciò che visivamente appare
antico, a prescindere dall'originalità ed autenticità
dell'oggetto, città come Roma o Firenze vedono in tali frammenti
antichi una concreta possibilità di avvicinarsi all'epoca classica
e ai suoi valori, instaurando un rapporto consapevole e diretto.
2.3
Teorie e critiche nel pensiero rinascimentale
Come
precedentemente affermato, un fondamentale momento di cambiamento lo
si avverte nell'epoca Rinascimentale: è infatti tra il
Quattrocento e Cinquecento che si sviluppa e si afferma una vera e
propria teoria della prassi artistica, che porta alla nascita di
trattati che intendono mettere per iscritto i principi fondanti di
un'arte consolidatasi nel tempo, e che vede in questo periodo la
sua più prodigiosa fioritura .
Il
concetto di imitazione, nello specifico dell'antico, che in questo
caso si riterrà consono definire “contraffazione” mantenendo un
giudizio neutro sulle volontà più o meno dolose, è una tematica
ampiamente affrontata da scrittori e teorici rinascimentali, i quali
erano sensibili alla volontà di avvicinamento profondo con la
cultura classica che all'epoca si diffuse nel campo delle arti.
Leon Battista Alberti sottolinea l'importanza di guardare
all'antico come modello di ispirazione che funge da base tanto
nella pittura quanto soprattutto nell'architettura, di cui tratta
rispettivamente nel De
Pictura del
1435
e
nel
De re Aedificatoria del
1450
circa.
Rimanendo nel genere troviamo Cennino Cennini, autore di uno dei più
importanti trattati sulla pittura, Il
Libro dell'Arte,
nel quale afferma «E
noi confidiamo che come tu suoli tornare alcuna volta a rivedere le
opere degli antichi maestri, e colla vista loro quasi ristorarli lo
spirito; così possa accadere che per la lettura di questo libro, e
con la guida sua, ti nasca vaghezza di provare, quali di quelle
pratiche antiche sarebbero buone anche oggi, e potrebbero utilmente
essere operate nell'arte tua» ,
rimarcando ancora una volta l'importanza del concetto di aemulatio
degli antichi maestri. E ancora, Giorgio Vasari, visto come,
nell'opera delle Vite,
elogi
la maestria dello scultore Tommaso della Porta nella copia di statue
classiche, e del quale si vanta di possederne un esemplare nella sua
collezione privata a sostenere l'ammirazione che prova nei
confronti dello scultore.
Un
interessante scambio epistolario tra lo scrittore Pietro Bembo e
Giovan Francesco Pico della Mirandola permette di comprendere meglio
le critiche e le contrapposizioni degli intellettuali rinascimentali
che affrontano il tema dell'imitazione, in letteratura così come
nelle arti. Il dibattito in questione è databile al 1512-1513 ,
anni riconducibili a grandi eventi artistici, quali il completamento
della Cappella Sistina e la decorazione delle Stanze Vaticane; è in
questo contesto particolarmente importante nella storia che la
questione dell'imitazione viene posta al centro delle discussioni
sull'arte.
I
due autori espongono in queste lettere due punti di vista opposti:
Pico era dell'idea che fosse necessario ispirarsi a più modelli
dai quali poter cogliere il meglio di ciascuno di essi, ponendo
dunque la sua fiducia nella capacità inventiva che doveva
contraddistinguere gli artisti moderni a lui contemporanei. A questa
teoria si affiancano gli stessi Raffaello, la cui pratica artistica
mostra di fatto un continuo processo di apprendimento e assimilazione
dei maestri che lo precedettero facendo comunque sempre prevalere la
propria identità ed individualità, così come Michelangelo, il
quale si opponeva fortemente al Bembo affermando che «Colui
che va dietro ad altri non li passa dinanzi, e che non sa far bene da
sé,
non può servirsi bene delle cose d'altri» .
In
opposizione, la teoria bembiana affermava che l'imitazione
necessitava di una selezione rigida e centrata su un singolo modello
da seguire. A sostenimento della propria tesi afferma che l'uomo
tende sempre alla perfezione, e perciò dovrà selezionare chi
ritiene d'essere tra i modelli migliori da cui apprendere in quanto
non tutti possono essere posti sullo stesso livello di valore.
Affermando che i valori, dunque, si assimilano da chi già li
possiede e dunque non possono nascere ex novo
la sua posizione sottintende una diffidenza e scarsa speranza verso
le nuove generazioni di artisti, dunque, l'imitazione e
l'identificazione col modello stesso diventa essenziale.
È
possibile indicare due motivazioni ideali che stanno alla base del
pensiero di Bembo: il pessimismo, come già espresso, verso le
capacità degli artisti moderni e il conseguente timore del declino
delle arti, ma anche il nuovo significato morale attribuito
all'autorità degli artisti stessi. Al contrario, Pico della
Mirandola si mostra molto più fiducioso verso i suoi contemporanei,
per cui l'imitazione diventa una libera scelta accompagnata
dall'innato estro di nuove menti eccelse, che anzi disponevano,
rispetto agli antichi maestri, di una conoscenza più ampia e
superiore.
Nonostante,
quindi, Pico tendesse ad un avvicinamento del pensiero manierista che
stava prendendo forma in quegli anni, la rilevanza della teoria di
Bembo fu largamente accolta dalla critica cinquecentesca, forte anche
di un'influenza di pensiero derivante dalla vita cortigiana, la
quale rispetta una precisa gerarchia di ruoli e nella quale si
rispecchia quella scala di valori alla quale l'artista deve
sottoporsi quando intende avvicinarsi ad un modello. Deve
riconoscerne l'autorità inserendosi in quella scala nella quale la
trasmissione di tali valori deve avvenire dall'alto. Bembo inoltre
tratta del tema dell'autorità riconosciuta come tale negli autori
nell'opera Prose
della Volgar Lingua,
affermando che: «Non
è la moltitudine ... quella che alle composizioni di alcun secolo
dona grido e autorità, ma sono pochissimi uomini di ciascun secolo,
al giudizio de' quali, sono essi più dotti degli altri riputati,
danno poi le genti» .
Emerge
chiaramente un panorama cinquecentesco nel quale la discussione che
si svolge intorno al concetto di imitazione è ricca di posizioni tra
loro contrastanti, riflesso di una situazione artistica e
intellettuale in rapido cambiamento nel quale l'autorità degli
artisti, affermatosi appunto in quei secoli, ricopre un ruolo
fondamentale nel pensiero critico artistico. Chiaramente si tratta di
un concetto d'imitazione come strumento di maturazione del processo
creativo, e quindi inteso in un'accezione più che positiva, anzi
necessaria; ciò non toglie come già ripetuto più volte che non
nascesse in alcuni casi la volontà deliberata di utilizzare le
tecniche di imitazione artistiche come mezzo per raggiungere scopi
non del tutto moralmente od eticamente legittimi.
3
- Il valore del falso tra etica e mercato
3.1
Questione morale ed etica della contraffazione nell'arte
Il
concetto di falsificazione ed autenticità nell'arte rappresenta
una delle riflessioni e tematiche più complesse e controverse della
critica storico-artistica, considerando la grande varietà di fattori
culturali, estetici ed etici, nonché economici che essa va a
coinvolgere. Come già appurato, non è ben definita un'univoca
definizione di “falso” proprio poiché tale individuazione
dipende da criteri prettamente storici, stilistici, di
intenzionalità, piuttosto che da proprietà intrinseche nell'opera
d'arte in sé. Come afferma Cesare Brandi, «un
falso non è un falso finché non viene riconosciuto per tale» ,
sottolineando proprio come la falsità di un'opera non costituisce
un suo attributo materiale, ma il risultato di un giudizio critico e
della rilevata intenzionalità ingannevole del falsario.
Molteplici
sono i fenomeni che si possono collocare sotto la nozione di “falso”:
replica, copia, falsa attribuzione, collaborazione tra più artisti,
falsi da restauro e molti altri. Tra tutti questi citati, il confine
risulta spesso sottile, quasi impercettibile, rendendo chiaramente
necessario un tentativo di distinzione tra le diverse categorie. La
quasi totalità dei critici è concorde nell'affermare che la
caratteristica fondamentale che distingue un falso è l'animus
doloso, quindi, un intento e una volontà
consapevole di commettere un atto illecito con il fine dell'inganno;
un'opera d'arte, secondo questo pensiero, diviene falsa quando il
falsario intende farla apparire per ciò che non è realmente.
In
passato, il momento cruciale per la definizione del concetto di
originale e falso nell'arte è stato quello in cui si è andata a
formare un'idea di proprietà intellettuale che attribuisse sempre
più valore all'autenticità del processo creativo di un autore, in
quanto irripetibile ed unico (nonostante ci fosse, durante
soprattutto l'epoca Rinascimentale, una diversa concezione di falso
rispetto a quella puramente negativa a cui oggi si fa riferimento).
Tuttavia, da un punto di vista estetico, alcuni teorici sostengono
che non vi sia differenza intrinseca tra autentico e falso, poiché
il piacere estetico dell'opera può rimanere invariato anche dopo
averne scoperto la paternità effettiva. Un esempio di tale pensiero
è riscontrabile nelle memorie di Icilio Federico Joni, falsario e
scrittore senese attivo tra il XIX e XX secolo, il quale sostiene che
il valore estetico delle sue opere rimane inalterato anche quando si
rivelano false; in questo caso la contraffazione riguarda la firma e
la percezione del pubblico, non la bellezza dell'opera .
In tal senso, il giudizio critico e morale sui falsi viene spesso
separato dalla percezione estetica per concentrarsi sull'aspetto
legato alla trasgressione intenzionale di regole etiche e sociali.
C'è
chiaramente chi si è fortemente opposto a questa visione positivista
del falso: Walter Benjamin, agli inizi del Novecento, in relazione al
problema della riproducibilità dell'opera d'arte introduce il
concetto di “aura”. Secondo Benjamin, ogni copia, anche se
meccanicamente perfetta, manca di quell'aura unica che appartiene
solamente all'originale; essa è infatti è legata al contesto
storico, alla biografia del suo autore e alla sua storia, rendendo
ogni opera originale ed irripetibile, nonché insostituibile .
Tale pensiero, dunque, si pone in contrasto con l'idea che le copie
possano essere considerati positivi o vantaggiosi, invitando a
riflettere su come l'autenticità e l'aura dell'opera originale
abbiano un valore unico che non può essere sostituito da nessuna
riproduzione.
Eticamente
parlando, la contraffazione artistica può essere inserita
all'interno del più ampio dibattito filosofico sulla verità e
sulla menzogna. Si prenda in esame la definizione dell'Enciclopedia
filosofica Bompiani: «Il
concetto di falsità presuppone quello di verità, di cui esprime
l'opposizione» .
Il “falso”, dunque, deve contrapporsi al concetto di “vero”,
anch'esso caratterizzato da molteplici significati in base al
contesto di riferimento; è necessario dunque riuscire a definire
cos'è che può essere definito “vero”, che nel mondo dell'arte
può assumere diverse accezioni come originale, autentico persino
canonico. Il dibattito filosofico in questione ha inizio già a
partire dai filosofi classici, come ad esempio Platone, ma anche
medievali, facendo riferimento ad Agostino o Tommaso d'Aquino, i
quali svilupparono profonde riflessioni sul falso come menzogna
intenzionale e distinguendo oltretutto tra errori innocenti e inganni
dolosi. In seguito, la discussione su vero e falso prosegue con i
filosofi moderni, come Kant, Nietzsche o Sartre, fino ad arrivare
alle sintesi critico-storiche contemporanee che sottolineano due
presupposti fondamentali posti alla base della condanna del falso: da
un lato vi è una violazione morale che è implicita nell'inganno,
mentre dall'altro si trova la compromissione della conoscenza e
dell'esperienza estetica del pubblico.
La
questione etica affronta un altro complesso concetto, ossia l'unità
dell'opera d'arte, elaborato ed esplicato da Cesare Brandi nel
celebre libro La
teoria del restauro.
Egli parla di un'unità qualitativa indivisibile dell'opera
d'arte, la quale si distingue dall'unità organico-funzionale
della realtà esistenziale; anche se potenzialmente frammentata a
livello fisico, ogni parte conserva in sé la potenziale unità
dell'intero, ed ogni intervento di restauro o di ricomposizione
deve rispettare tale potenzialità evitando di generare falsi storici
od offese estetiche. Il principio guida è che le integrazioni siano
riconoscibili, ma che non disturbino l'unità visiva dell'opera,
indi per cui la lacuna verrà intesa come parte della struttura
dell'immagine, secondo i principi estetici verificati dalla
Gestalt-psychologie ,
evitando la retrocessione di frammenti a semplici fondi o elementi
estranei .
Guardando
al “problema etico” della questione di falso da questa
prospettiva, quello artistico nello specifico non si limita ad una
violazione di natura solamente tecnica o economica, ma affronta il
dibattito sul senso stesso di autenticità ed originalità, che, come
visto, è necessario per riuscire a definirne il concetto opposto. Un
falso, dunque, può essere ben realizzato tecnicamente, ma la
moralità che ne deriva dipende dall'intenzionalità ingannevole e
dal contesto interpretativo. Nelson Goodman
e Arthur Danto ,
due filosofi americani che si introdussero nel dibattito sull'arte
e del valore estetico nel XX secolo, argomentarono che il valore
artistico non coincide necessariamente con l'autenticità
materiale, poiché l'opera mantiene il significato anche quando
l'autore non è confermato e dunque il valore estetico risiederebbe
nella configurazione simbolica. Danto nello specifico offre uno
spunto etico molto sottile: la contraffazione non è un male estetico
in sé, ma un male relazionale, una violazione del patto di fiducia
tra artista e pubblico che è alla base dell'economia simbolica
dell'arte. Si crea una compromissione, appunto, dell'esperienza
estetica.
Il
falso dunque riconosciuto come tale stimola riflessioni critiche sul
concetto stesso di opera d'arte, sull'autenticità, sul rapporto
tra imitazione e creatività e sulle convinzioni estetiche di
ciascuna epoca. Il dibattito sulla questione morale ed etica della
contraffazione dell'arte indaga i fondamenti stessi della teoria
estetica, il giudizio critico e l'esperienza artistica, ed è per
ciò che non è possibile condannare il falso artistico con facilità.
3.2
Fenomeno economico e mercato dei falsi d'arte
L'intenzionalità
dolosa del falsario è prevalentemente associata ad una volontà di
lucrare sull'opera prodotta, rendendola, almeno apparentemente,
autentica agli occhi di possibili acquirenti predisposti così a
pagare cifre più consistenti. Il rapporto tra falso e mercato
dell'arte è cruciale: la domanda e l'offerta di opere
individuate come originali o attribuite a celebri maestri influenzano
non soltanto il loro valore economico, ma anche la produzione di
falsi: più un'opera è preziosa e ricercata, maggiore è
l'incentivo per i falsari a crearne delle imitazioni e
riproduzioni. In questo senso, il fenomeno della contraffazione è
parte integrante dei meccanismi economici e culturali del sistema
dell'arte, una conseguenza diretta del valore attribuito alle opere
autentiche.
Nell'ambito
economico, il falso costituisce un elemento rivelatore che mette in
luce le dinamiche di attribuzione del valore, la costruzione della
fiducia e la dimensione simbolica del possesso artistico; in breve,
l'autenticità, quindi, influisce su come l'opera viene
posizionata nel mercato e su come viene riconosciuta e apprezzata
socialmente.
Si
è constatato quanto la contraffazione artistica sia strettamente
legata al gusto e alle mode dei contemporanei e al mercato coevo,
poiché ovviamente i falsari producono in base alla richiesta del
momento, accordando i modelli e le tecniche alle preferenze estetiche
dell'epoca. È emblematico in questo contesto il caso del Cupido
Dormiente di Michelangelo, la truffa
economica per eccellenza basata sulla tendenza rinascimentale per il
gusto delle opere antiche. Da allora, la contraffazione si è
parallelamente evoluta al mercato rispecchiandone le mode, le
esigenze e gli strumenti, fino a diventare nel Novecento un fenomeno
industriale, e nel XXI secolo un riflesso dei meccanismi globali di
produzione e consumo culturale.
Nell'ambito
artistico dell'epoca contemporanea, il mercato si basa
prevalentemente su elementi immateriali quali la reputazione, la
fiducia, e l'aura dell'autenticità; la difficile reperibilità e
la firma determinano il valore molto più che della qualità della
materia o della formalità delle opere, una struttura, dunque, basata
su fiducia e rarità che crea inevitabilmente zone d'ombra. Come
osserva Arianna Visconti, in un articolo che affronta la problematica
della contraffazione nel mercato dell'arte, vi è una grossa
difficoltà a quantificare un fenomeno così complesso ed eterogeneo
come la circolazione dei falsi, addirittura da un 1% ad un 90% a
seconda delle fonti. È chiaro, comunque, che le opere di dubbia
provenienza sono molto presenti nel mercato, rendendo difficile
distinguere tra beni leciti, illeciti e contraffatti e testimoniando
quanto la fiducia, e non la certezza, spesso sia il fondamento delle
transazioni artistiche .
È proprio dove si creano lacune circa l'informazione e la capacità
di valutazione dell'autenticità, la documentazione incerta e la
desiderabilità dell'opera che prolifera l'attività di
contraffazione artistica, una sorta di risposta patologica alla
stessa struttura del mercato più che un semplice atto illecito.
È
importante osservare come funziona la logica della domanda per poter
approfondire il contesto della diffusione del falso. Gli acquirenti
ed i collezionisti vanno alla ricerca di opere che possano incarnare
l'unicità ed il prestigio dell'autore a cui esse si ispirano, ed
è proprio questo desiderio che genera un terreno fertile per la
creazione di falsi. Le opere d'arte sono beni di lusso, dei veri e
propri “status symbol” che rappresentano la posizione e la
ricchezza di chi le acquisisce, e questo va a discapito di un
interesse più prettamente estetico e storico. La brama di possesso
dell'originale si traduce nella disponibilità ad accettare anche
il rischio di avere a che fare con un falso pur di affermare
un'identità culturale e sociale elevate. In tale prospettiva, la
falsificazione si colloca in continuità con i meccanismi di
produzione del valore artistico, per cui la rarità e la firma
rappresentano fattori di prezzo, la moda e la visibilità i
moltiplicatori di desiderio. È un paradosso, ma in questo senso il
falso risponde alla stessa logica che sostiene l'autentico, poiché
il primo esiste e prospera proprio perché il mercato dà valore al
secondo.
Nonostante
la sottile contraddizione, vi sono accezioni contrastanti in termini
di valore dell'opera autentica e di quella falsa. Nel mercato
dell'arte, il concetto di originalità e autenticità coincide con
quello di valore, principi che fondano la legittimità economica e
simbolica dell'opera; al contrario, il falso rappresenta il
“disvalore”, poiché insidia e annulla ciò che il mercato
riconosce come garanzia di unicità. Oltretutto l'autenticità
funziona come una valuta simbolica che ne sostiene lo scambio
economico, e senza la quale l'opera perde il suo statuto giuridico,
culturale ed economico .
La pratica dell'attribuzione e della certificazione nasce per
proteggere il valore dell'autentico, anche se, allo stesso tempo,
alimenta il mito dell'originale come oggetto di culto e, di
conseguenza, ogni tentativo di tutela rafforza l'attrattiva della
contraffazione. Come afferma Preto: «insieme
al concetto di originale (nel senso di autentico), che sfocia in un
vero e proprio culto, (qualcuno parla addirittura di feticismo), si
afferma quello di falso; autentico e originale sono il valore, la
contraffazione e il falso lo insidiano e annullano, quindi sono il
disvalore» .
Il
mercato dell'arte rivela le sue profonde contraddizioni attraverso
la falsificazione: da un lato considerata come una minaccia che mina
alla fiducia e alla trasparenza dell'arte, dall'altro rappresenta
il fenomeno che più di tutti riesce a prosperare proprio in virtù
della sua produzione opposta, là dove l'autenticità è desiderata
e riconosciuta. Essa è una lente attraverso cui è possibile
riflettere e comprendere i valori economici, morali e simbolici che
regolano la nostra relazione con l'opera e con la verità.
3.3
Norme giuridiche in materia di falsi d'arte
In
Italia, la legislazione prevede che le opere d'arte siano tutelate
dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, ma la domanda sorge
spontanea: vale lo stesso per le opere considerate falsi d'arte? La
contraffazione di opere d'arte e oggetti d'antiquariato è un
fenomeno che, ai giorni nostri, assume sempre più importanza con
l'espansione del mercato globale dell'arte, nonché della
maggiore attenzione verso l'autenticità. Come già più volte
constatato, i falsari rispondono alla logica della domanda e
dell'offerta, producendo in base a ciò che rispecchia il gusto e
le richieste del mercato; tuttavia, esiste una chiara distinzione tra
falsificazione lecita ed illecita. Dal punto di vista della legge
italiana, un'opera è considerata falsa, quindi illegittima e
passabile di sanzione penale, in presenza di una volontà dolosa di
ingannare a danno dell'acquirente attraverso una falsa
dichiarazione di autenticità dell'oggetto in questione.
Le
norme penali che regolano tali casi di falsificazione sono contenute
nel D,lgs. 42/2004, nello specifico nell'articolo 178, rubricato
Contraffazione di opere d'arte.
Nell'articolo sono elencate tutte quelle figure punibili, anche con
la reclusione in alcuni casi, che in un modo o nell'altro
concorrono alla falsa dichiarazione di autenticità di un'opera
d'arte inserita all'interno del mercato: chi produce il manufatto
spacciandolo come autentico, chi si occupa della sua compra-vendita,
chi ne conosce la “falsità” nonostante la reputi legalmente come
vera. Il comune denominatore di tutte queste figure è sempre
l'intento doloso con scopo di lucro, nonché la consapevolezza, non
dichiarata, della falsità dell'oggetto.
Chiaramente
non è semplice poter dimostrare il dolo che si può celare dietro
una vicenda di falsificazione. L'articolo 64 del Codice dei beni
culturali, in teoria, obbligherebbe i venditori a fornire una
documentazione di autenticità e provenienza dell'opera, ma la
realtà è ben più complessa: l'articolo infatti non specifica
quale sia la tipologia di documentazione da fornire insieme
all'oggetto, ma anzi permette che questa venga sostituita dalla
dichiarazione del commerciante .
Questo, inevitabilmente, permette non solo ai malintenzionati di non
doversi avvalere necessariamente di documenti ufficiali di
certificazione di autenticità per commettere la truffa, ma fa anche
sì che molti acquirenti, per non perdere l'affare, non pretendono
garanzie reali.
Come
è facile intuire dunque, le normative sono purtroppo vaghe e
superficiali, e necessiterebbero dunque di aggiornamenti che
riempiano le lacune che vi sono al loro interno. Le sanzioni,
oltretutto, sono ritenute spesso blande e sproporzionate rispetto ai
profitti generati dai falsari con la buona riuscita di questi affari.
In
sintesi, la legislazione italiana si occupa soprattutto di
regolamentare la circolazione dei falsi d'arte all'interno del
mercato di riferimento: la legge non tutela il falso come opera in
sé, né gli attribuisce valore culturale, ma piuttosto tutela la
trasparenza e la regolarità degli scambi.
3.4
Oltre il vero e il falso: riflessioni sull'autenticità nell'età
contemporanea
Il
percorso fino ad ora compiuto ha mostrato come il falso artistico sia
stato uno dei più complessi dibattiti della critica d'arte, dalle
questioni etico-morali a quelle economiche e commerciali. Lungo il
corso della storia ha rappresentato una pratica controversa, spesso
però molto più accettata e addirittura apprezzata di quanto non si
riesca ad immaginare, almeno da un punto di vista più moderno e
contemporaneo. Nell'immaginario collettivo, infatti, si tende ad
attribuire a primo acchito un'accezione negativa al falso,
soprattutto per quanto riguarda quello artistico; ma andando ad
approfondire la questione, è chiaro come la faccenda sia ben più
complessa ancora oggi, soprattutto se lo si considera come specchio
delle tensioni e delle ambiguità della società in cui nasce.
L'evoluzione
dei linguaggi visivi, delle tecnologie di riproduzione e delle
dinamiche culturali a noi contemporanee impone una riflessione più
ampia, che superi le tradizionali dicotomie tra autenticità e
inganno, tra verità e simulazione. Il suo significato si sposta dal
piano della colpa morale a quello della costruzione culturale: ciò
che viene definito autentico non è più un dato assoluto, ma il
risultato di un processo di riconoscimento, di attribuzione e,
soprattutto, di percezione.
La
definizione del concetto di autenticità viene nuovamente affrontato,
in epoca contemporanea, nel celebre saggio di Walter Benjamin,
L'opera
d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica,
opera del 1936 in cui l'autore riflette sulla perdita della
cosiddetta “aura” dell'opera d'arte nel momento in cui essa
diventa riproducibile all'infinito. Come già accennato in
precedenza, per l'autore il concetto di aura coincide con l'unicità
intrinseca nell'opera d'arte come elemento che non può essere
riprodotto, proprio perché unica; essa racchiude la dimensione
rituale e la distanza che separano l'osservatore dall'oggetto .
Con l'avvento della fotografia e del cinema, e più tardi anche
della digitalizzazione, quest'aura viene sempre meno, poiché
l'opera non è più legata a un contesto spazio-temporale unico, ma
diventa accessibile, replicabile e trasferibile. La conseguenza,
inevitabilmente, è un profondo mutamento nella percezione del valore
artistico: l'autenticità non risiede più necessariamente nella
materia dell'opera, ma nel suo contenuto simbolico, nella sua
capacità di suscitare un'esperienza estetica condivisa.
In
tale prospettiva, il falso non rappresenta una minaccia
all'autenticità, bensì una sua declinazione alternativa. Esso
testimonia il modo in cui l'arte contemporanea si è
progressivamente emancipata dall'idea di unicità materiale, per
affermare una nuova dimensione dell'esperienza estetica fondata
sulla circolazione, sulla riproduzione e sulla reinterpretazione.
Il
concetto di “riproduzione” non è, dunque, sinonimo di perdita,
ma di diffusione. Tuttavia, non si può definire tale concetto come
totalmente nuovo nel mondo dell'arte: basti pensare al caso della
corte estense di Ferrara, che dalla fine del XVI secolo, utilizza una
massiccia riproduzione di opere di grandi maestri dell'Italia
settentrionale proprio per tramandare e mantenere viva la cultura e
la grandezza della famiglia anche dopo la devoluzione al papato.
Anche qui, infatti, la falsificazione era utilizzata come mezzo di
diffusione della tradizione, non come atto illecito.
Se
nel Rinascimento la copia e l'emulazione venivano utilizzate dagli
artisti per lo studio e la crescita del proprio percorso creativo,
oggi il falso (o ciò che si porrebbe come tale) può diventare
strumento di indagine e critica o linguaggio artistico autonomo,
Alcuni movimenti artistici del Novecento, come il Dadaismo o la Pop
Art, hanno fatto del riuso, dell'appropriazione e della
moltiplicazione dell'immagine la caratteristica stessa della loro
poetica, mettendo così in discussione la sacralità dell'originale.
Si pensi, ad esempio, ai celebri ready-made di Marcel Duchamp, in cui
l'artista attribuisce valore estetico e concettuale a un oggetto di
uso comune, o alle serigrafie di Andy Warhol, che trasformano
l'immagine seriale e riprodotta in icona culturale. In entrambi i
casi, l'opera non è più autentica perché unica, ma perché
riconosciuta come tale da un sistema di percezione e senso condiviso
del pubblico. La nozione di autenticità diventa un costrutto sociale
e convenzionale, legato alla ricezione e al contesto piuttosto che
alla provenienza o all'autorialità.
A
questa riflessione si collega il pensiero postmoderno di Jean
Baudrillard, che nella sua opera Simulacri e
simulazione del 1981 descrive la società
contemporanea come dominata da immagini che non rappresentano più la
realtà, ma la sostituiscono. Nel mondo dei “simulacri”, la copia
non rimanda più ad un originale, ma diventa essa stessa origine di
significato. Applicando questa prospettiva all'arte, il falso non
si configura più come imitazione di qualcosa di preesistente, bensì
come creazione autonoma, capace di esistere e valere in quanto tale.
Baudrillard
scrive: «il
simulacro non è mai ciò che nasconde la verità: è la verità che
nasconde che non ce n'è alcuna. Il simulacro è verità.» .
Il simulacro quindi rappresenterebbe una copia, un'immagine che non
ha un originale autentico, che non nasconde una verità propria
perché essa non esiste più, di conseguenza è il simulacro stesso a
diventare una nuova forma di verità. Si tratta di una provocazione
che risuona potentemente anche nel sistema dell'arte contemporanea,
dove l'opera autentica non è necessariamente quella materialmente
“vera”, ma quella che è capace di produrre senso e di generare
un'esperienza estetica significativa nello spettatore che vi entra
in contatto.
In
questo quadro teorico, il falso assume un ruolo quasi rivelatore: non
è una maschera dell'inganno, ma specchio che riflette il modo in
cui il valore viene costruito, negoziato e condiviso nella società.
Ad
avvalorare il concetto del falso come forma d'arte a sé stante,
con una sua verità e un suo valore, negli ultimi decenni vi è stato
un crescente interesse per la musealizzazione del falso, e non solo:
spesso l'attenzione viene posta in particolar modo anche sul
falsario stesso, considerato come una figura. Ne è un esempio la
mostra tenuta nel 2022 a Palazzo Bonacossi di Ferrara, intitolata
Fakes:
da Alceo Dossena ai falsi Modigliani ,
la quale, come suggerisce il titolo, oltre che presentare varie opere
di contraffazione artistica, esplora l'interessante figura di uno
dei più grandi falsari del secolo scorso attraverso.
Alceo
Dossena ha rappresentato una delle figure più emblematiche e
controverse della storia del falso artistico del XX secolo: definito
molto spesso come il più grande dei falsari della scultura, Dossena
si distinse non solo per la straordinaria abilità tecnica, ma anche
per la propria inventiva e personalità artistica. La particolarità,
infatti, del suo operato era proprio la creazione di opere nuove,
scolpite però “alla maniera di”, quindi non sempre riproduceva
sculture antiche, ma ne produceva di nuove con una autentica forza
espressiva che riuscivano ad ingannare anche i più esperti critici
d'arte. Una delle qualità che contraddistingueva le sue opere era
quella dell'invecchiamento artigianale delle stesse, qualità che
prontamente rivendicava insieme alla sua natura fortemente creativa.
Attraverso le sue opere, Alceo propone una scultura moderna che
riesce a trasmettere lo stile ed i modelli degli originali
precristiani, medioevali o rinascimentali alle quali egli si ispira.
Curioso è il fatto che, a seguito di episodi che lo hanno visto come
lui stesso vittima dell'inganno dei suoi intermediari, i quali gli
corrispondevano uno stipendio fisso minore rispetto a ciò che
effettivamente riuscivano a guadagnare vendendo le sue opere, una
volta resosi conto della truffa decise di affermarsi come artista
autentico, sostenendo la propria autonomia creativa e denunciando la
strumentalizzazione subita.
A
fianco a lui, vi sono qui presentati altri artisti e artigiani della
contraffazione, tra cui anche Icilio Federico Joni, già citato in
precedenza; nella mostra sono presenti anche sezioni dedicate a casi
di riproduzione e contraffazione dell'epoca moderna, come ad
esempio quello famoso dei cosiddetti “falsi autentici” che
riproducevano delle teste attribuite a Modigliani, ma che, in
seguito, si scoprirono essere false.
Si
tratta di una mostra che celebra dunque il falso come un genere a sé
stante, meritevole di attenzione e di studio tanto quanto quell'arte
che viene considerata come autentica, un excursus
nell'attività della contraffazione tra inganni intenzionali e
virtuosismi tecnici artistici. Esponendo i falsi d'arte, i musei
non intendono chiaramente legittimare e incoraggiare la frode, ma
piuttosto li trasformano in strumento educativo attraverso cui il
visitatore è spinto a riflettere su cosa sia considerato autentico,
sul ruolo delle istituzioni e della critica; è un esercizio di
consapevolezza che restituisce al falso la sua dignità culturale ed
intellettuale.
In
conclusione, il falso nell'arte contemporanea si configura come un
fenomeno ampio e variegato, che attraversa le sfere dell'etica,
dell'economia e della cultura. Dalla condanna morale alla
valorizzazione museale, dalla frode alla simulazione, la sua storia
racconta l'evoluzione del nostro rapporto con la verità e con
l'immagine. L'autenticità, lungi dall'essere un valore
immutabile, appare come una costruzione dinamica, continuamente
negoziata tra artista, istituzione e pubblico.
NOTE
BIBLIOGRAFIA
Cesare
BRANDI, Teoria del restauro,
Torino, Einaudi, 1978.
|