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La stipe di Monticchio Bagni (Rionero in Vulture, PZ): un modello di valorizzazione tra ricerca scientifica e narrazione comunitaria
Annarita Sannazzaro
ISSN 1127-4883 BTA - Bollettino Telematico dell'Arte, 17 Gennaio 2026, n. 994
https://www.bta.it/txt/a0/09/bta00994.html
Articolo presentato il 30 Dicembre 2025, Accettato in data 15 Gennaio 2026 e pubblicato in data 17 Gennaio 2026
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Area Archeologia

Abstract

La stipe votiva di Monticchio Bagni (Rionero in Vulture, PZ), conservata nelle sale del Museo Archeologico Provinciale di Potenza, rappresenta una delle testimonianze più significative della religiosità nella Basilicata antica. Il contributo propone un'analisi integrata del complesso votivo, combinando l'indagine dei materiali archeologici con strategie di disseminazione dei risultati rivolte alla comunità, evidenziando come l'archeologia possa andare oltre l'ambito strettamente scientifico e diventare strumento di dialogo tra passato e presente. Il caso di Monticchio Bagni costituisce così un modello di integrazione tra rigore accademico, valorizzazione museale e partecipazione comunitaria, replicabile in contesti analoghi.


Premessa 1

La stipe votiva di Monticchio Bagni (Rionero in Vulture, PZ) rappresenta uno dei complessi più significativi e, al tempo stesso, meno noti della religiosità della Basilicata antica. Scoperta agli inizi del Novecento e oggi conservata presso il Museo Archeologico Provinciale di Potenza, costituisce un'eccezionale testimonianza del rapporto tra pratiche cultuali, paesaggio naturale e comunità locali in età ellenistica, contribuendo a delineare con maggiore chiarezza l'evoluzione delle interazioni tra uomo e ambiente nel tempo.

Il presente contributo intende restituire una visione organica di questo contesto, articolando l'analisi su due livelli complementari: da un lato, la ricerca scientifica, che ha consentito una rilettura sistematica del complesso votivo attraverso un approccio multidisciplinare; dall'altro, le attività di disseminazione, concepite come parte integrante del processo di valorizzazione e di restituzione del patrimonio alla collettività.

L'obiettivo del lavoro è dimostrare come lo studio archeologico non si esaurisca nell'analisi dei materiali, ma trovi il suo pieno compimento nella capacità di comunicare i risultati della ricerca, rendendoli accessibili, condivisi e significativi per la comunità civile ed educante.

In questa prospettiva, la stipe di Monticchio Bagni si configura come uno strumento di dialogo tra passato e presente, tra sapere accademico e memoria collettiva, proponendosi come un esempio virtuoso di integrazione tra rigore scientifico, valorizzazione museale e partecipazione attiva, offrendo un modello replicabile per contesti analoghi.









La ricerca scientifica

La scoperta della stipe votiva di Monticchio Bagni (Fig. 1)

Fig. 1 - Inquadramento territoriale dell’area oggetto di studio: Monticchio Bagni (Rionero in Vulture, Potenza). Cortesia di Annarita Sannazzaro
Fig. 1 - Inquadramento territoriale dell’area oggetto di studio: Monticchio Bagni (Rionero in Vulture, Potenza). Cortesia di Annarita Sannazzaro

risale al 1911 e si deve a Vittorio Di Cicco, allora direttore del Museo Archeologico Provinciale di Potenza, istituzione nella quale i materiali sono tuttora conservati ed esposti. Di Cicco fu chiamato dal cavaliere Rocco Buccico, direttore tecnico dell'azienda di Monticchio, per «esaminare un'importante scoperta». Dopo il rinvenimento, i materiali furono trasferiti al Museo per essere studiati ed esposti; tuttavia, l'anno successivo un incendio danneggiò gravemente numerosi reperti, tra cui le statuette della stipe, molte delle quali risultano oggi completamente combuste.

Il complesso votivo è stato oggetto di una rilettura sistematica nel volume La stipe votiva di Monticchio Bagni (Rionero in Vulture, Italia). Natura e sacro sul Monte Vulture nel contesto italico, pubblicato nel 2021 a Oxford da BAR – British Archaeological Reports 2 (Fig. 2).



Fig. 2 - Copertina del volume “La stipe votiva di Monticchio Bagni (Rionero in Vulture, Italia). Natura e sacro sul Monte Vulture nel contesto italico”, BAR – British Archaeological Reports, Oxford 2021. Cortesia di Annarita Sannazzaro
Fig. 2 - Copertina del volume “La stipe votiva di Monticchio Bagni (Rionero in Vulture, Italia). Natura e sacro sul Monte Vulture nel contesto italico”, BAR – British Archaeological Reports, Oxford 2021. Cortesia di Annarita Sannazzaro

La metodologia adottata ha seguito un approccio integrato, combinando ricerca bibliografica, analisi dei documenti conservati nell'Archivio Storico della Provincia di Potenza, studio delle schede manoscritte di Reperto Archeologico, catalogazione sistematica del materiale e rilievi sul campo (Fig. 3).



Fig. 3 - Metodologia di ricerca: flusso delle attività. Cortesia di Annarita Sannazzaro
Fig. 3 - Metodologia di ricerca: flusso delle attività. Cortesia di Annarita Sannazzaro

L'indagine si è sviluppata attraverso un'analisi approfondita della stipe, con particolare attenzione al culto e alle pratiche rituali associate. Parallelamente, lo studio ha permesso di contestualizzare il complesso nel territorio di appartenenza e poi nell'intero contesto italico, individuando nuove componenti storico-culturali e geologico-geomorfologiche.

La stipe è composta da 130 elementi databili tra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C., ma originariamente il numero degli esemplari doveva essere certamente più elevato 3. Le tipologie includono piccole terrecotte figurate, sedute o stanti, testine con copricapi e acconciature differenti, oltre a un erote. Tra le statuette sedute, il modello più diffuso è la figura femminile recante una patera nella mano destra e una colomba nella sinistra; le statuette stanti richiamano il tipo delle Tanagrine, testimoniato anche dalle numerose testine con punti di attacco. Stilisticamente, le terrecotte ricordano la coroplastica tarantina, pur suggerendo una produzione locale comparabile con altri contesti coevi dell'area.

Le pratiche devozionali eseguite a Monticchio sembrano rivolte ad una divinità femminile, legata ai valori del culto afrodisio e a personalità affini del mondo indigeno, come Mefitis 4, evocando i concetti di fertilità, procreazione, fecondità, nonché momenti particolari, come i passaggi di status, dall'età infantile a quella adulta attraverso il matrimonio, e i riti di guarigione con l'acqua che dovevano svolgersi nel santuario. Questi elementi emergono chiaramente nelle raffigurazioni della dea seduta in trono, con polos (copricapo cilindrico), accompagnata dalla patera e dalla colomba: mentre la patera, strumento rituale connesso alle libagioni, possiede un valore piuttosto generico, la colomba rappresenta una prerogativa distintiva e inequivocabile di Afrodite.

Accanto a questo prototipo compaiono statuette con capo velato, mani sul ventre o sul seno, simboli della sfera materna e afrodisia. La presenza di un frammento di erote e di due testine (una maschile ritratta nel gesto di baciare una femminile) conferma ulteriormente la componente amorosa del culto praticato nel santuario.

La divinità venerata a Monticchio condivide tratti significativi con la Mefite della Valle d'Ansanto, divinità osca legata al potere terapeutico dell'acqua: entrambi i siti presentano boschi e sorgenti sulfuree, fondamentali nei rituali con valore salvifico.

Il ruolo centrale dell'acqua si ritrova anche nella trasposizione cristiana dei precedenti culti ctonii, attraverso la figura dell'Arcangelo Michele, con l'elezione della grotta a luogo di devozione e con il mantenimento di pratiche connesse all'uso iatrico dell'acqua, protrattesi anche con l'edificazione dell'Abbazia.

Il contesto topografico della stipe riflette quello di molti santuari lucani del IV secolo a.C., spesso collocati in vallette isolate ma ricche di vegetazione, grotte, boschi e acqua, in prossimità di insediamenti fortificati e assi viari 5 (Fig. 4).



Fig. 4 - La stipe votiva nel quadro della religiosità lucana (Mappa della Basilicata con indicazione dei santuari rinvenuti e tabella esplicativa). Cortesia di Annarita Sannazzaro
Fig. 4 - La stipe votiva nel quadro della religiosità lucana (Mappa della Basilicata con indicazione dei santuari rinvenuti e tabella esplicativa). Cortesia di Annarita Sannazzaro

A Monticchio, il santuario sembra collegato all'antico abitato posto sul pianoro del Castello, in località San Vito di Monticchio Sgarroni. Sebbene non siano state rinvenute strutture monumentali, si ipotizza che il luogo di culto servisse un gruppo di fattorie circostanti o una grande fattoria singola, rimanendo accessibile ai fedeli dell'intero territorio.

È possibile che la stipe si trovasse in un luogo sacro privo di architetture, poiché il monte vulcanico costituiva già uno spazio intrinsecamente sacro. Le proprietà naturali del sito, infatti, erano sufficienti a definire il luogo come area sacra, ove gli elementi naturali diventavano parte integrante del percorso cerimoniale, comunicando la sacralità sin dalle origini.

Il lavoro svolto, dunque, non solo restituisce un tassello essenziale della religiosità nella Basilicata antica, ma propone anche un modello di ricerca multidisciplinare utile per affrontare contesti analoghi.

La stipe di Monticchio Bagni emerge così come un osservatorio privilegiato per indagare il dialogo tra comunità antiche, divinità e paesaggio, riportando alla luce la vitalità di un santuario che ha continuato a trasmettere nel tempo la profondità del suo significato simbolico e culturale.


L'attività di disseminazione

Dopo la pubblicazione scientifica, è stata avviata una mirata attività di disseminazione della ricerca, con l'obiettivo di valorizzarne i risultati e diffonderne la conoscenza all'interno della comunità civile ed educante, favorendo una maggiore consapevolezza del patrimonio archeologico locale e del suo significato storico-culturale.

In quest'ottica si inserisce la partecipazione al podcast “Sud Interiore” di Antonello Palladino (puntata n. 11) 6. Attraverso un linguaggio moderno e accessibile, i contenuti scientifici sono stati presentati in modo chiaro e coinvolgente, rendendo le vicende del nucleo votivo di Monticchio comprensibili a un pubblico più ampio (Fig. 5).



Fig. 5 - Le attività di disseminazione della ricerca (podcast, lezione-visita e attività laboratoriale in museo). Cortesia di Annarita Sannazzaro
Fig. 5 - Le attività di disseminazione della ricerca (podcast, lezione-visita e attività laboratoriale in museo). Cortesia di Annarita Sannazzaro

Successivamente è stata organizzata una lezione-visita nelle sale del Museo Archeologico Provinciale di Potenza, a cura dell'Associazione Equomondo, che ha rappresentato un'occasione preziosa per riscoprire questa pagina fondamentale dell'archeologia lucana. Dopo la lezione e la visita tematica, i partecipanti sono stati coinvolti in un particolare momento laboratoriale, durante il quale hanno esplorato il valore universale degli ex voto, realizzando un muro votivo collettivo e contemporaneo. Ogni visitatore ha lasciato, su un pannello appositamente predisposto, una propria traccia personale (una frase, un simbolo, un ringraziamento, una speranza o un impegno) rievocando l'antica funzione votiva come gesto di vicinanza, condivisione e partecipazione attiva.

La fase di disseminazione, articolata attraverso strumenti quali podcast, visite tematiche e laboratori partecipativi, ha permesso, dunque, non solo di sperimentare direttamente la dimensione simbolica dei luoghi sacri e di cogliere il senso delle pratiche che li hanno animati, ma anche di rendere la conoscenza accessibile alla comunità, trasformando la ricerca in un ponte tra scienza e società. Queste attività hanno mostrato come il lavoro scientifico non possa limitarsi all'analisi dei reperti o alla ricostruzione dei contesti, ma debba configurarsi come un percorso più ampio di comprensione del passato, capace di restituire la memoria dei luoghi e di rendere tangibile il legame profondo che unisce passato e presente 7.

In questo modo, la ricerca si fa viva e condivisa, alimentando interesse e consapevolezza verso i reperti che raccontano la storia di una comunità e il suo rapporto con il territorio. L'integrazione tra rigore scientifico e comunicazione pubblica, dunque, arricchisce non solo il mondo accademico, ma contribuisce anche a fare dell'archeologia un vero motore di identità culturale, memoria condivisa ed educazione attiva al patrimonio, mantenendo vivi nel presente i luoghi e le storie del passato.

Gli interventi futuri possibili comprendono, da un lato, la collocazione di una didascalia con QR code sulla teca della stipe nel museo di Potenza, che consentirà l'accesso al podcast dedicato, offrendo ai visitatori un'esperienza immersiva e fruibile anche da persone con disabilità visiva; dall'altro, l'allestimento di una vetrina nel museo di “Storia Naturale del Vulture” a Monticchio Laghi, contenente parte del materiale della stipe conservato nei magazzini e non esposto nel museo di Potenza. Questa iniziativa permetterà di restituire alla cittadinanza una porzione concreta della propria memoria storica e culturale, attribuendo al contempo nuovo valore al culto, e offrendo l'opportunità di comprenderlo nel contesto originale, caratterizzato dalla chiara relazione paesaggistica e valoriale tra monte vulcanico e acqua.


Conclusioni

Il percorso di studio e di disseminazione dedicato alla stipe votiva di Monticchio Bagni ha consentito di restituire centralità a un santuario che, pur nella sua apparente marginalità geografica, riveste un ruolo significativo nella comprensione della religiosità e del rapporto tra uomo e ambiente nel contesto italico. La rilettura del complesso votivo ha evidenziato come il culto fosse profondamente radicato nelle caratteristiche naturali del luogo, in particolare nella presenza dell'acqua e del paesaggio vulcanico, elementi determinanti nella definizione della sacralità del sito e nell'orientamento delle pratiche rituali nel tempo.

Parallelamente, le attività di disseminazione hanno dimostrato come la ricerca archeologica possa e debba superare i confini dell'ambito accademico, trasformandosi in un'esperienza condivisa e partecipata, capace di coinvolgere la comunità civile ed educante.

In questa prospettiva, il patrimonio archeologico non si configura come un'eredità statica, bensì come una risorsa dinamica, che acquista valore nel momento in cui viene raccontata, compresa e riconosciuta come parte integrante dell'identità territoriale.

Attraverso linguaggi differenti (dal podcast alla visita tematica, fino al laboratorio partecipativo), la stipe è diventata “patrimonio” poiché realmente condivisa con la comunità. Mediante il racconto della sua storia, il reperto esposto nella teca museale, infatti, si è trasformato in una narrazione collettiva e partecipata.

Il patrimonio, dunque, vive autenticamente quando viene riconosciuto come parte integrante della propria storia; ed è soltanto rendendo il passato accessibile e significativo per il presente che si può garantire una memoria viva, consapevole e duratura.









           

NOTE

1 Desidero ringraziare il dott. Stefano Del Lungo per avermi guidata con pazienza e costante supporto in tutte le fasi di preparazione del volume, l'ing. Antonello Palladino per avermi coinvolta nel suo podcast “Sud Interiore”, l'Associazione “Equomondo” di Potenza per l'organizzazione della lezione-visita, il personale del Museo Archeologico Provinciale di Potenza per la sensibilità e l'attenzione dimostrate e il dott. Antonio Cecere, Presidente dell'Archeoclub di Rionero in Vulture (PZ), per le attività in programma volte alla disseminazione della conoscenza della Stipe presso la comunità civile ed educante.

2 SANNAZZARO 2021.

3 ADAMESTEANU 1970; STORTI 1993.

4 ADAMESTEANU, DILTHEY 1992; NAVA 2003.

5 MASSERIA 2000.

6 Il podcast è ascoltabile al link: https://open.spotify.com/show/6PcIb99rKttpC84s3jNKCs

7 MONTELLA 2009; PANVINI et al. 2021.












       

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