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Luigi Pellegrin. Architettura come sistema integrato
Bibiana Borzì
ISSN 1127-4883 BTA - Bollettino Telematico dell'Arte, 18 Maggio 2026, n. 1006
https://www.bta.it/txt/a0/10/bta01006.html
Articolo presentato in data 12 Aprile 2026, Accettato in data 12 Maggio 2026 e pubblicato il 18 Maggio 2026
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Area Architettura

ABSTRACT

La figura di Luigi Pellegrin (1925–2001) si configura come una delle più complesse e meno classificabili all'interno del panorama architettonico del secondo Novecento. Attraverso una produzione che intreccia progetti costruiti, visioni infrastrutturali e una vasta attività grafica di carattere onirico, Pellegrin elabora una concezione dell'architettura come sistema integrato, capace di connettere ambiente, tecnica e società. Il presente saggio analizza i principali ambiti della sua ricerca – edilizia scolastica, infrastrutture, teoria e produzione artistica – mettendoli in relazione con il dialogo instaurato con alcune figure chiave della cultura architettonica internazionale e con la ricezione critica della sua opera. Ne emerge il profilo di un autore che anticipa temi oggi centrali quali la sostenibilità, la riduzione del consumo di suolo e la progettazione sistemica.

Nell'attuale, fulminea transizione, il rapporto tra necessità e aspirazione è confuso: è il nostro momento, anche in architettura. Anche a Roma.

Nella Roma ricca di giacimenti, di risorse sepolte ed oppresse e di immense congerie edilizie prodotte da codici degenerati (perché non hanno saputo rinnovarsi) si muove il cittadino nomade, messo a tacere. Lo chiamiamo in aiuto al progetto.

Luigi Pellegrin, Maniera di pensare la metropoli. Proposte per Roma, a cura di Luca Zevi, in «L'architettura. Cronache e storia», n. 438, aprile 1992, p. 256.



L'opera di Luigi Pellegrin si colloca in una posizione eccentrica rispetto alla cultura architettonica italiana del secondo Novecento, distinguendosi per una tensione costante tra costruzione e visione, tra rigore tecnico e apertura sistemica. All'interno di un contesto dominato da echi razionalisti, neoavanguardie e recupero della tradizione, Pellegrin sviluppa una ricerca del tutto personale, che sfugge alle classificazioni disciplinari, configurandosi piuttosto come un'indagine sulle relazioni tra architettura, ambiente e infrastruttura. Tale visione lo rende difficilmente assimilabile ai protagonisti della sua generazione, spesso impegnati, sul fronte stilistico, nella ricerca di un proprio linguaggio. La sua attenzione si concentra invece su modelli spaziali complessi e su una concezione dell'architettura come dispositivo integrato.

L'originalità di Pellegrin emerge a partire dal modo in cui riesce a rielaborare le influenze ricevute. L'incontro con Armando Brasini rappresenta un momento formativo cruciale, letto attraverso l'esperienza diretta del cantiere del Complesso del Buon Pastore a Roma, in via di Bravetta, che l'architetto frequenta da bambino grazie al padre 1. Brasini, figura isolata ma centrale nel panorama italiano tra le due guerre, realizza architetture fortemente materiche, caratterizzate da monumentalità e tensione scenografica. Il cantiere del Buon Pastore, con i suoi spunti borrominiani, costituisce per il giovane Pellegrin una sorta di palestra progettuale. Brasini concepisce infatti l'architettura come un processo corale, in cui il progettista dirige maestranze specializzate capaci di tradurre in materia una visione unitaria. Il complesso romano, con le sue volumetrie articolate e la ricchezza dei dettagli costruttivi, offre al futuro architetto un esempio concreto di come la grande scala possa essere gestita senza rinunciare alla cura del particolare 2. Da questa esperienza, Pellegrin assimila non tanto il linguaggio formale quanto l'idea di architettura come responsabilità costruttiva e processo collettivo. Eredita da Brasini quell'inquietudine creativa e quella capacità di coordinare interventi complessi, pur rifiutando in seguito ogni intenzione decorativa e monumentalista. La lezione del maestro romano, infatti, viene filtrata attraverso una semplificazione delle forme, finalizzata a esprimere con chiarezza gli aspetti strutturali e funzionali del progetto. In altri termini, se Brasini cercava nella storia un repertorio di soluzioni plastiche, Pellegrin guarda invece al futuro, traducendo quella stessa energia costruttiva in sistemi spaziali aperti e dinamici.

L'influenza di Frank Lloyd Wright risulta decisiva nella formazione di Pellegrin, soprattutto nella definizione di una concezione organica dello spazio. L'architetto statunitense aveva elaborato l'idea di un'architettura intesa come continuum, in cui edificio e paesaggio si compenetrano attraverso una distribuzione fluida degli ambienti. Pellegrin si configura, nel panorama italiano, come uno degli interpreti più attenti e originali di questa visione. La presenza di Wright in Italia nel 1951 3 – in occasione di una retrospettiva a lui dedicata e del conferimento della laurea honoris causa presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia – rappresenta un momento significativo per la diffusione dell'architettura organica nel contesto italiano. In questi anni, e in relazione al dibattito promosso da Bruno Zevi sulle pagine de «L'architettura. Cronache e storia», Pellegrin avvia un'intensa attività di riflessione teorica sull'opera di Wright, Sullivan, e altri esponenti della cultura architettonica americana, con una serie di contributi pubblicati tra la metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, proprio all'interno della rivista zeviana. Si tratta di scritti nei quali l'architetto analizza criticamente la crisi della tradizione progettuale di fine Ottocento, sottolineando come, intorno al 1890, tanto la cultura urbana della Scuola di Chicago quanto quella domestica americana entrino in una fase di grande trasformazione. In questo contesto, la figura del primo Wright assume il carattere di una risposta originale e coraggiosa, capace di rielaborare i motivi tradizionali, ormai in crisi, per orientarli verso nuove possibilità espressive e spaziali. A commento di un ricco reportage fotografico di opere wrightiane, Pellegrin scrive:

«Intorno al 1890, l'architettura domestica volge al pittoresco, e gli industriali abbracciano il classicismo: entrano in crisi, allo stesso tempo, la tradizione urbana della Scuola di Chicago e quella domestica delle campagne. L'ampio potere di crescita insito in questa produzione, il gusto della sperimentazione, il coraggio creativo: tutto sembrò crollare. La vicenda del primo Wright ha il carattere della resistenza: egli sembra collezionare tutti i motivi di una tradizione in pericolo per orientarli in nuove direzioni creative 4 ».

Le riflessioni teoriche di Pellegrin sono inoltre racchiuse in Luigi Pellegrin: poli e itinerari della materia nello spazio (1980) 5 e in Maniera di pensare la metropoli. Proposte per Roma (1992) 6. Qui Pellegrin estende i principi del wrightismo alla scala delle reti urbane, interpretando l'architettura organica come strumento per ripensare e leggere non solo il singolo edificio ma l'intera città contemporanea. Rispetto a Wright, egli sviluppa una riflessione più ampia, orientata alla gestione di flussi e reti: nei suoi progetti la continuità spaziale si traduce in sistemi articolati, dove le parti sono connesse da relazioni dinamiche piuttosto che da rigide gerarchie.

Accanto a Wright, risulta rilevante il dialogo con Buckminster Fuller, dal quale Pellegrin assimila una visione sistemica dell'architettura. Fuller 7 aveva introdotto l'idea di un progetto globale, capace di integrare tecnologia, ecologia e organizzazione sociale. Pellegrin, pur non adottando le soluzioni tecniche fulleriane, come le cupole geodetiche, ne recepisce il metodo, sviluppando proposte che si collocano, ancora una volta, su scala territoriale e planetaria. In questo senso, la sua ricerca anticipa temi oggi centrali, come la sostenibilità e la gestione delle risorse, collocandosi in una prospettiva che supera i tradizionali confini disciplinari.

In questa fitta trama di relazioni internazionali, il rapporto con Bruno Zevi è stato certamente capitale. Zevi, grande estimatore di Wright, aveva promosso in Italia la conoscenza dell'architettura organica, opponendosi alla rigidità del Razionalismo. Pellegrin, pur condividendo questa impostazione, dal punto di vista progettuale se ne distacca progressivamente, ritenendo insufficiente una lettura centrata esclusivamente sulla forma. La sua ricerca, infatti, si orienta sempre più verso una dimensione ecologica e sistemica che supera la stessa nozione di architettura organica, presentando una valutazione attenta sul rapporto tra sistemi naturali e artificiali.

Questa stratificazione di influenze trova una sintesi nei progetti per l'edilizia scolastica, nei quali l'architetto sviluppa una concezione dello spazio inteso come ambiente educativo tout court. Le scuole realizzate tra gli anni Sessanta e Settanta introducono soluzioni innovative, basate sulla flessibilità degli ambienti, sulla continuità tra interno ed esterno e sulla valorizzazione dei luoghi collettivi. Il complesso scolastico Marchesi a Pisa (1971-1974) rappresenta uno degli interventi più significativi di questa stagione progettuale. L'edificio, che accoglie un istituto tecnico e un liceo, si configura come una struttura imponente, caratterizzata da aule sospese e dalla presenza di un vasto portico pubblico al piano terra. Pellegrin utilizza elementi prefabbricati di derivazione autostradale – travi in cemento armato precompresso di grande luce – per garantire flessibilità spaziale e rapidità di esecuzione 8. Gli interni, concepiti come open space privi di barriere fisse, favoriscono l'interazione continua tra studenti e docenti. La struttura portante, lasciata a vista, diventa elemento espressivo che comunica la logica costruttiva dell'edificio. Il prospetto si distingue per la sua particolare articolazione volumetrica, con corpi di fabbrica che si sviluppano su più livelli creando terrazze praticabili e spazi di relazione a diverse quote. Le coperture non sono semplici chiusure, ma diventano fruibili, perfettamente integrate nel sistema spaziale dell'edificio. La scuola si configura così come una struttura multilivello, capace di moltiplicare le possibilità d'uso e di relazione. Anche il polo scolastico del Buon Pastore a Roma (1974) presenta caratteristiche simili, con un significato aggiuntivo legato alla biografia dell'architetto: l'edificio sorge infatti nei pressi del cantiere brasiniano frequentato durante l'infanzia. Il progetto, con una struttura in calcestruzzo armato e una facciata continua inclinata, in alluminio e vetro, rivela da subito un lessico contemporaneo 9, accentuato da pilotis che, sollevando l'edificio da terra, restituiscono suolo alla città, creando al di sotto una piazza coperta.

In queste opere, l'uso dei pilotis acquista un significato che va oltre la funzione strutturale. Se in Le Corbusier i pilotis rappresentano uno dei “cinque punti” dell'architettura moderna, funzionali alla liberazione del piano terra e alla creazione di uno spazio continuo, in Pellegrin assumono una finalità sociale più profonda. Non si tratta infatti di una scelta meramente compositiva, ma di uno strumento per moltiplicare lo spazio libero, trasformando la scuola in un polo aggregativo. Il piano terra liberato diventa luogo di interazione sociale e ambientale, destinato sia all'attività educativa sia alla dimensione urbana. Le coperture costituiscono un altro elemento distintivo della ricerca di Pellegrin in ambito scolastico. Non si tratta di semplici tetti-giardino sul modello corbusieriano, ma di veri e propri ambienti didattici outdoor, collegati agli spazi interni grazie alla presenza di scale e rampe, per consentire circolazione e percorsi fluidi. In linea con alcune esperienze pedagogiche inaugurate dal Movimento moderno, un'architettura così concepita assume una forte valenza pedagogica, capace di stimolare modalità di apprendimento alternative alla tradizionale lezione frontale.

Negli anni Novanta, Pellegrin affronta il tema della città come sistema infrastrutturale complesso, elaborando proposte radicali per la trasformazione di Roma. In un periodo in cui il dibattito architettonico italiano appare ancora fortemente ancorato a questioni tipologiche e di memoria storica, egli propone soluzioni basate sulla riconnessione delle reti e sulla costruzione di nuovi nodi, precorrendo, ancora una volta, tematiche oggi centrali, come la mobilità sostenibile e l'integrazione tra trasporti e spazi pubblici. I masterplan per le aree ferroviarie della Stazione Termini e i progetti elaborati in vista del Giubileo del 2000 testimoniano questa visione sistemica. L'architetto immagina i nodi di scambio non come semplici luoghi di transito, ma come nuovi centri di aggregazione, capaci di ricucire un tessuto urbano frammentato come quello della Capitale. Le stazioni diventano così poli urbani, dove convergono funzioni diverse: commercio, servizi, spazi pubblici, residenze 10. La progettazione di infrastrutture si configura, dunque, come lente di ingrandimento per interpretare la complessità della metropoli, creando al contempo nuove possibilità di relazione e di riqualificazione all'interno di alcune aree della città.

In questa direzione, la visione più radicale di Pellegrin è rappresentata dal progetto “Copiare Saturno”, nel quale egli immagina un habitat planetario costituito da strutture ad anello sospese a duecento metri dal suolo. L'obiettivo è concentrare l'attività umana in sistemi sopraelevati dotati di treni a levitazione magnetica e pannelli solari, liberando completamente il suolo per restituirlo alla natura e proteggere l'ecosistema 11. Una proposta che, in chiave futurista, affronta la riduzione dell'impatto antropico sul territorio, in perfetto pendant con il dibattito contemporaneo sulla sostenibilità ambientale e sul consumo di suolo. Il progetto non va letto come utopia irrealizzabile, piuttosto come riflessione sui possibili modi dell'abitare contemporaneo, capace di mostrare alternative avveniristiche ma comunque praticabili.

Ecco perché, parallelamente all'attività progettuale, Pellegrin sviluppa anche una produzione grafica di straordinaria intensità, nella quale emergono con forza quelle componenti poetiche e visionarie che sono parte integrante della sua ricerca. Le sue tavole, coloratissime e spesso di grande formato, intrecciano teoria e progetto, funzionano quindi come mondi paralleli, descrivendo scenari complessi e articolati nei quali la scala architettonica si espande fino a quella territoriale e planetaria. In questo ambito si possono riconoscere significative affinità con alcune delle principali esperienze della neoavanguardia architettonica degli anni Sessanta e Settanta, tra cui Archigram 12 e Superstudio 13, soprattutto per l'uso del disegno come strumento di esplorazione teorica e visiva. Come Archigram, Pellegrin elabora visioni di città dinamiche e stratificate, caratterizzate da infrastrutture mobili, sistemi sopraelevati e reti di connessione capaci di trasformare lo spazio urbano in un organismo fluido e in continua evoluzione. Tuttavia, a differenza del gruppo britannico, non insiste sulla dimensione temporanea e provvisoria dell'architettura, mantenendo invece un costante interesse per la durata, la permanenza e la responsabilità costruttiva. La sua sperimentazione sulle macrostrutture dialoga a distanza con il Metabolismo giapponese 14, condividendo l'idea di un'architettura a crescita organica e cellulare – che prevede costanti linguistiche come torri e capsule abitative – ma differenziandosi per una marcata attenzione alla componente materica e al dettaglio costruttivo.

Un visionario pragmatico Pellegrin, con una fortuna critica sostenuta da studiosi e colleghi che hanno sottolineato e recepito l'originalità del suo modus operandi. Nel contributo audiovisivo Luigi Pellegrin. Visioni di Architettura a Pisa 15, Massimiliano Fuksas ricorda l'atmosfera di cospirazione creativa all'interno dello studio dell'architetto, il quale era solito iniziare una sorta di danza progettuale notturna, che si protraeva spesso fino all'alba. Sergio Bianchi, architetto e curatore dell'archivio Pellegrin, ha dedicato all'opera del maestro studi fondamentali. La monografia Luigi Pellegrin. Il mestiere di costruire 16 ne ripercorre l'iter progettuale, mettendo in luce il rapporto tra sperimentazione formale e innovazione tecnologica. Bianchi evidenzia come Pellegrin abbia sempre cercato di tradurre le proprie visioni in soluzioni costruttivamente possibili, depositando brevetti industriali e collaborando con imprese specializzate nella prefabbricazione 17. Luigi Prestinenza Puglisi ha invece sottolineato la dimensione etica e ambientale della ricerca pellegriniana. Nel suo recente libro 18 descrive Pellegrin come un architetto che progetta per la specie umana, guardando alla perfezione della natura per distanziarsi dall'estetica del Decostruzionismo. Colloca dunque l'architetto in una tradizione di pensiero che va da Wright a Fuller, evidenziando come la sua posizione anticipi di decenni gli esiti della progettazione sostenibile.

La critica concorda infatti nel riconoscere a Pellegrin un ruolo di precursore, capace di individuare problemi e proporre soluzioni ante litteram, anche attraverso disegni utopistici che non sono pura evasione dalla realtà, ma uno strumento per interrogarla e trasformarla. Proprio la recente riscoperta del suo lavoro solleva una questione più ampia, relativa all'importanza dei fondi archivistici, intesi come medium di conoscenza e valorizzazione del patrimonio progettuale contemporaneo. Nel caso di Pellegrin, lo studio dei materiali d'archivio ha permesso di ricostruire aspetti della sua ricerca altrimenti difficilmente comprensibili. Dalle tavole visionarie, di grande impatto visivo, fino ai progetti realizzati o rimasti su carta, questi documenti consentono di comprendere soluzioni tecniche adottate, spesso innovative e frutto di sperimentazioni condotte in collaborazione con l'industria. Una necessaria e fondamentale ricognizione archivistica, dunque, di recente culminata nella mostra Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma 19

Fig. 1 - Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, ph. Vincenzo Labellarte, 2025, Courtesy Fondazione MAXXI.
Fig. 1 - Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, ph. Vincenzo Labellarte, 2025, Courtesy Fondazione MAXXI

Fig. 2 - Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, ph. Vincenzo Labellarte, 2025, Courtesy Fondazione MAXXI.
Fig. 2 - Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, ph. Vincenzo Labellarte, 2025, Courtesy Fondazione MAXXI

Fig. 3 - Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, ph. Vincenzo Labellarte, 2025, Courtesy Fondazione MAXXI.
Fig. 3 - Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, ph. Vincenzo Labellarte, 2025, Courtesy Fondazione MAXXI

Fig. 4 - Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, ph. Vincenzo Labellarte, 2025, Courtesy Fondazione MAXXI.
Fig. 4 - Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, ph. Vincenzo Labellarte, 2025, Courtesy Fondazione MAXXI

Fig. 5 - Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, ph. Vincenzo Labellarte, 2025, Courtesy Fondazione MAXXI.
Fig. 5 - Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, ph. Vincenzo Labellarte, 2025, Courtesy Fondazione MAXXI

presso il Centro Archivi Architettura del MAXXI di Roma. L'esposizione, curata da Sergio Bianchi e Angela Parente, ha presentato disegni inediti, focalizzandosi sulle visioni infrastrutturali e il riuso delle aree ferroviarie, riportando l'attenzione su una figura capace di indicare una strada alternativa all'architettura contemporanea. Anche l'Ordine degli Architetti di Roma 20 ha promosso e coordinato un'importante iniziativa dedicata alla figura di Pellegrin, con la recente pubblicazione di una monografia tascabile: Luigi Pellegrin. Nuovi habitat e visioni di architettura 21. L'evento ha messo in luce il valore conoscitivo degli archivi, non solo come beni materiali ma come strumenti indispensabili per comprendere il lascito culturale dei nostri maestri, il loro modo di intendere e costruire l'architettura.

Il contributo più significativo di Pellegrin risiede infatti nella capacità di ripensare il progetto come campo relazionale, nel quale edificio, infrastruttura, ambiente e società non costituiscono ambiti separati, ma parti di un unico sistema. Come scrive Sergio Bianchi:

«La sua attenzione si focalizzava sui problemi energetici, sull'effetto straniante della tecnologia delle comunicazioni sui nostri comportamenti, sul consumo di suolo, sul dramma dello sprawl e di un ambiente senza qualità, sui conflitti e sulle migrazioni, sullo spazio per gli esclusi della società. Tutto quello che oggi stiamo vivendo ad una dimensione sempre più estrema era già oggetto della sua indagine 22 ».

Questa impostazione implica una ridefinizione del ruolo dell'architetto, che non è più soltanto artefice di strutture, ma interprete di processi complessi e mediatore tra scale diverse. Ecco perché l'eredità poetica di Pellegrin consiste non tanto in un repertorio di forme o in un linguaggio sempre riconoscibile, quanto in un metodo e in una visione che invitano a concepire l'architettura come pratica aperta e interdisciplinare, capace di adattarsi a contesti mutevoli. La riduzione del consumo di suolo, la progettazione di infrastrutture integrate, la costruzione di sistemi multilivello e la valorizzazione degli spazi collettivi sono questioni che egli ha saputo individuare con decenni di anticipo. Il tentativo di superare la separazione tra natura e artificio si traduce così in una personalissima visione del progetto, che non è mai scisso dal sistema ecologico ma ne diventa parte integrante, grazie a un intervento dell'uomo che non si impone sul territorio ma si integra e dialoga con esso.


Ringraziamenti

Un sentito ringraziamento agli architetti Sergio Bianchi e Angela Parente per il supporto fornito alla presente ricerca e al Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo (MAXXI) di Roma per avere concesso le immagini a corredo del saggio.



     

NOTE

1 L'esperienza del cantiere brasiniano è rievocata dallo stesso Pellegrin all'interno di scritti e interviste. Cfr. BIANCHI 2003; BIANCHI 2025b.

2 Cfr. CIUCCI 1989.

3 Il conferimento a Wright della laurea honoris causa da parte dello IUAV, a Venezia, avvenne in concomitanza con la prestigiosa mostra itinerante Sixty Years of Living Architecture, a Palazzo Strozzi, Firenze. L'evento, promosso da Bruno Zevi, sancì il legame tra il maestro dell'architettura organica e l'Italia del dopoguerra.

4 PELLEGRIN 1957, p. 669.

5 PEDIO 1980.

6 PELLEGRIN 1992.

7 Cfr. FULLER 1969.

8 Cfr. BIANCHI 2003.

9 Cfr. BIANCHI 2003; PRESTINENZA PUGLISI 2025.

10 I progetti per le aree ferroviarie romane sono analizzati in PELLEGRIN 1992 e documentati nella mostra Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, a cura di Sergio Bianchi e Angela Parente, MAXXI, Roma, 17 dicembre 2025 - 19 aprile 2026.

11 Cfr. PELLEGRIN 1992.

12 Cfr. COOK 1972.

13 Cfr. LANG, MENKING 2003.

14 Cfr. KUROKAWA 1977.

15 Luigi Pellegrin. Visioni di architettura a Pisa, a cura di: Lavinia Baroni e Associazione Fosterkill (regia, riprese esterne, editing e postproduzione), Sergio Bianchi (interviste), Vincenzo Labellarte (riprese, interviste). Il video, con testimonianze di storici e architetti, è stato realizzato in occasione della mostra tenutasi a Pisa, nel mese di marzo 2015, presso lo Spazio Espositivo Bastione Sangallo.

16 Cfr. BIANCHI 2003.

17 Sui brevetti industriali depositati da Pellegrin, cfr. BIANCHI 2003.

18 Cfr. PRESTINENZA PUGLISI 2025.

19 Luigi Pellegrin. Prefigurazioni per Roma, a cura di Sergio Bianchi e Angela Parente, cit.

20 Il 28 gennaio 2026, presso la Casa dell'Architettura di Roma sono stati presentati due volumi tascabili, dedicati rispettivamente agli architetti Luigi Pellegrin e Sara Rossi. Le monografie, edite dall'Ordine degli Architetti di Roma, si inseriscono all'interno di un percorso editoriale che, attraverso gli archivi del Novecento, intreccia memoria, ricerca e progetto, rilanciando il valore culturale dell'architettura romana e italiana.

21 BIANCHI 2025a.

22 BIANCHI 2025b, p. 7.



            

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