bta.it Frontespizio Indice Rapido Cerca nel sito www.bta.it Ufficio Stampa Sali di un livello english
Amelia, il circuito museale, un territorio da valorizzare. Amelia e il comprensorio 1  

Giovanni Bussetti
ISSN 1127-4883 BTA - Bollettino Telematico dell'Arte, 22 Gennaio 2024, n. 950
https://www.bta.it/txt/a0/09/bta00950.html
Articolo presentato il 16 Gennaio 2024, approvato il 22 Gennaio 2024 e pubblicato il 22 Gennaio 2024
Precedente
Successivo
Tutti
Area Musei

Amelia, posta su uno sperone di roccia calcarea, connotata dalle proprie possenti mura è una città poliedrica per la stratificazione di epoche e stili architettonici, situata nell'Umbria Meridionale, in provincia di Terni. Posta al confine con il Lazio, è circondata da città come Orte, Orvieto, Todi e Narni. Fondata dagli Umbri, successivamente passò sotto il dominio dei Romani con il nome di Ameria. Nel XII secolo fu dichiarata libero comune e passò da allora in mano dello Stato Pontificio che qui aveva ottimi contatti con le famiglie più prestigiose. Tra i personaggi illustri, Amelia ha dato i natali a Sesto Roscio Amerino, immortalato da Cicerone in una delle sue prime arringhe, Alessandro Geraldini che, da diplomatico alla corte d'Aragona, incoraggiò il viaggio di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo e divenne il primo Vescovo di Santo Domingo e d'America. Nel campo dell'arte e dello spettacolo si passa dal Pittore Piermatteo d'Amelia (il maestro dell'annunciazione Gardner) al filosofo e politico Augusto Vera. Di queste zone sono anche gli attori Mario Girotti in arte Terence Hill e Gigi Proietti.

L'assetto urbano caratterizzato da una zona alta dove svetta la Cattedrale, l'episcopio, poi scendendo il palazzo municipale, e una zona bassa con il centro urbano che si dirama tra la centrale via della Repubblica che attraversa parte del centro storico e piazza XXI Settembre (fuori le mura), la città è come un grande mosaico di epoche che si affacciano sull'Umbria e mostrano la grandezza dell'ingegneria umana nelle mura e nelle architetture dei palazzi dalle facciate austere ma arricchite al proprio interno da sfarzosi affreschi come quelli dipinti in Palazzo Petrignani. Amelia è capolista di un comprensorio a vocazione agricola, quello della catena dei monti Amerini, anche detto «Amerino», insieme ai comuni di Attigliano, Alviano, Avigliano Umbro, Baschi, Guardea, Giove, Lugnano in Teverina, Montecastrilli, Montecchio e Penna in Teverina. Questo Comprensorio, diviso ad est dalle colline e ad ovest dai calanchi, meraviglia del mondo contadino dove si coltiva quello che è proprio di una terra, dove l'agricoltura, la cultura e la gastronomia si incontrano per cullare i turisti e trasmettere pace, è circondato dalle varie Frazioni e i casolari agricoli che tengono vivo l'ambiente rurale e le tradizioni popolari.

L'acqua del fiume Rio Grande che passa lungo la valle del Fosso Grande e le dolci montagne con i loro percorsi sentieristici immersi nella verde macchia, sono il filo conduttore che abbraccia questi comuni ad Amelia. Se le Amministrazioni comunali, la provincia e la regione riuscissero a credere nella cultura e nel turismo investendo con dei fondi per recuperare i tanti castelli, ponti e chiese in rovina e a realizzare vari percorsi turistici andando a creare delle «sale d'arte 2» in ogni borgo (luoghi dove vengono raccolti: oggetti, vestiari, documenti e fotografe; dei piccoli musei in quasi ogni Frazione) sicuramente questo ricco territorio potrebbe essere alla pari della Val d'Orcia in Toscana. Di certo in queste terre si potrebbe vivere solo di cultura, basterebbe ampliare l'offerta museale, recuperando dalle vecchie cantine e dalle sacrestie i tanti manufatti che hanno arricchito la città e il comprensorio per lasciare ai posteri, una grande storia dell'arte e della cultura locale.


Il museo archeologico e pinacoteca E. Rosa

Il Museo civico archeologico e la Pinacoteca “Edilberto Rosa” inaugurato il 7 aprile del 2001 sono ospitati all'interno del palazzo Boccarini, edificio di fondazione gotica nobilitato da un elegante chiostro rinascimentale a doppio loggiato realizzato da fra Egidio Delfini nel XVI secolo, sede dal 1410 del governatore pontificio di Amelia, Narni e Terni poi trasformato nei secoli da convento a collegio Boccarini, si affaccia su piazza Augusto vera e ancheggia la chiesa di San Francesco. L'edificio è organizzato tematicamente, disposto su tre piani il suo allestimento permette di fare un viaggio nei secoli testimoniando la nascita e lo sviluppo del centro urbano, riuscendo a riorganizzare tutto il materiale archeologico e storico artistico della città, ospitando reperti archeologici e opere d'arte che vanno dall'epoca preromana al XX secolo. (Fig. 1)

Fig. 1 - Chiostro del complesso Boccarini, Amelia, Foto cortesia comune di Amelia - Foto © di Giovanni Bussetti
Fig. 1 - Chiostro del complesso Boccarini, Amelia
Foto cortesia comune di Amelia
Foto © di Giovanni Bussetti

Entrando dalla porta principale, si è immersi in un breve corridoio che si apre su due porte laterali; quella di destra che dà su una sala multimediale e quella di sinistra che porta alla biglietteria e al museo. Proseguendo si percorre un altro corridoio dove nella destra, in una teca in vetro, sono esposte delle teste in marmo di epoca romana della collezione Spagnoli. Il piano terra ore una raccolta dei reperti più̀ antichi provenienti dalla necropoli ellenistica dell'ex consorzio Agrario durante gli scavi edilizi del 2001 che portarono alla luce numerose sepolture risalenti al IV sec. a.C. con oggetti di bronzo ed oro e la sepoltura di un cane insieme al suo padrone. I reperti più̀ pregiati della sezione preromana quali frammenti di cotto, piccoli vasi di varie grandezze usati a contenimento dell'olio per alimentare le lucerne, gli askos, monete e oggettistica si trovano all'interno di teche in vetro mentre i reperti archeologici quali statue, tombe e altri frammenti marmorei sono esposti su dei piedistalli colorati in verde chiaro su cui sono esposte le targhette con i dati dell'opera. Buona parte di tutto il percorso è avvolto dagli innumerevoli manufatti romani quali: statue, rilievi, sarcofagi, elementi d'arredo, are, cippi, iscrizioni; una raccolta pregevole sulla storia del municipio di Ameria. La fortuna di questa città di confine tra l'Umbria e il Lazio è da rintracciare nell'antica strada della via amerina che collegava i primi popoli che abitavano queste terre, gli umbri, i falisci e i sabini.

La via Amerina era una strada di scambi commerciali, non a caso, molti dei reperti conservati al piano terra, rinvenuti nella necropoli di Amelia, sono di origine etrusca e falisca, a testimonianza che il popolo umbro che abitava queste zone, scambiava i propri prodotti locali di carattere agricolo con i vicini popoli e gli altri prodotti. Dunque, La via amerina (datata intorno al 240 a.C.) è alla base per capire la fortuna di questa città, rendendola, una strada che in epoca romana venne basolata e divenne una strada importantissima poiché diventò un diverticolo della Cassia. Inizialmente (2001) nel piano terra, erano ospitati i reperti del santuario di Pantanelli, solo dopo, nel 2011 il piano è stato modificato per ospitare i reperti della necropoli preromana, anche nel 2013 è stata aggiunta una nuova vetrina con i reperti della tomba n. 52 con gioielli, reperti in bronzo, ceramiche, specchi, vasi e i resti di un animale, si tratta dello scheletro di un cane, mancante di alcune parti che venne trovato vicino alla sepoltura di un bambino.

Lo Scheletro del cane venne sepolto con un pendaglio in bronzo appeso al collo «ne IV-inizi III sec. a.C.», fu recuperato vicino ad un sarcofago con resti di un bambino. Si presenta in forma di scheletro ben conservato col capo lievemente rialzato e appoggiato su un masso. Le sepolture di cani nel mondo antico sono spesso interpretate come legate a sacrifici, alla funzione di guardiano del defunto oppure di fedeli compagni del defunto che seguono fino alla morte. Durante il recupero, il cane è stato distaccato insieme al suo blocco terreno che ha consentito di mantenere integra tutta la forma in cui è stato trovato. Trasportato in laboratorio per la pulizia e il consolidamento delle porzioni osteologiche, è stato creato un basamento in gesso con la definitiva collocazione all'interno del Museo. Nel 2019, anno del bimillenario di Germanico, è stato realizzato un video «Ameria» che mostra e ricostruisce la città in epoca romana con l'anfiteatro che sorgeva dove oggi esistono i giardini pubblici (si nota ancora una curva della struttura, disegnata dalla chioma degli alberi) le terme, il teatro e l'acropoli con il tempio. Realizzato da Katatexilux e finanziato dalla fondazione Cassa di risparmio di Terni-Narni.


Primo piano

Salendo, al primo piano oltre alla presenza di alcuni reperti provenienti dal centro storico della città e databili nel periodo tardo repubblicano e primo imperiale, la raccolta mostra vari reperti, dai capitelli marmorei di ordine ionico e corinzio datati alcuni dal II secolo d.C. al III secolo d.C. ; Terrecotte architettoniche con motivi vegetali, databili tra il II-I secolo a.C. rinvenute in località̀ Nocicchia; statue senza testa di togati in marmo del I secolo a.C. ; Teste con ritratti maschili e femminili databili sempre intorno alla fine del I secolo a.C. ; un'Ara sepolcrale in marmo del II secolo d.C. dedicata a uno schiavo imperiale di nome Hermes; una lastra di marmo con tralci di ulivo e simboli, di epoca Augustea. Di questa prima sezione archeologica spiccano:

L'Erma del dio Termine; un monumento in travertino che raffigura con forme sbozzate la testa di Terminus. Il manufatto è formato da un corpo con una base a forma parallelepipeda e dalla testa del dio Termine, il dio protettore dei confini. Del volto sono ben riconoscibili le orecchie, la bocca e il naso poco evidenziati, gli occhi e i capelli appena accennati. Databile alla seconda metà del I secolo a.C., si pensa che sia stato infisso nel terreno per indicare i limiti di una fattoria;

L'altare Funerario di origine flavia o adrianea, in marmo bianco, già utilizzato nella cappella Geraldini del Duomo come pila per l'acqua lustrale, era dedicato a Sessia Labionilla. Il manufatto riporta un testo epigrafico circondato da colonnine tortili con capitelli corinzi e scene ed animali mitologici. In basso vi è raffigurato Bacco a cavallo di un asino al centro insieme al suo corteggio;

Cassa di urna in travertino, Ritrovata in località Cinque Fonti, di forma parallelepipeda è realizzata in travertino e serviva per contenere le ceneri funerarie. Ai lati della faccia anteriore sono scolpite due lesene con la base modanata e un capitello decorato con motivi vegetali. Al centro una palma con tre petali legata a due steli che terminano con coppia di foglioline. Sulla fronte della cassa c'è una fascia leggermente sporgente dove è scritto : T[itus] Gnevidius T[iti] l[ibertus] Secundus fec[it] Suconiae C[aiae] l[ibertae] Nice matri suae: Il committente, un liberto della gens Gnevidia, fece fare l'urna per la madre Nice, liberta, donna della gens Suconia; Uno Scrigno in marmo, un contenitore in marmo bianco e di forma quadrangolare, che risale alla fine del I secolo a.C., destinato a contenere le offerte, poste in una cassa in bronzo all'interno, fatte dai fedeli in un tempio. Si può considerare un antenato delle cassette per le offerte usate ancora oggi nelle Chiese. Rilavorato in epoca rinascimentale come inserto di una fontana, riporta ancora l'iscrizione originale che ricorda la donazione del marmo per opera di Tito Roscius Automa, magistrato del municipio di Amelia (T. ROSCIVS. T . FAVTVM III. VIR. ITER. DE SVA PECVNIA. DAT. THESAVR. P. LXXV); è inoltre riportato il peso della cassetta di bronzo originariamente collocata all'interno, che costituiva l'attuale cassaforte, 75 librae, pari a circa 25 kg. (Fig. 2)



Fig. 2 - Statua di Germanico presso il museo E.Rosa di Amelia foto cortesia comune di Amelia
Fig. 2 - Statua di Germanico
presso il museo E. Rosa di Amelia
Foto cortesia comune di Amelia
Foto @copy di Giovanni Bussetti



La statua di Germanico

La statua, rinvenuta nell'agosto del 1963 a seguito di scavi eseguiti con un mezzo meccanico per la costruzione di un molino vennero alla luce ad Amelia, fuori dalla cinta muraria antica, non lontano da porta "Romana" lungo la via Ortana (che costituiva probabilmente un tratto della via Amerina), numerosissimi frammenti di una statua bronzea, di proporzioni maggiori del vero, raffigurante un personaggio stante, identificato come Germanico Cesare 3, principe della famiglia Giulio-Claudia.

La statua venne identificata grazie al volto, visto che Roma produceva varie statue marmoree dei vari illustri personaggi, sparse nell'impero; oggi, una delle migliori conservate si trova al Louvre di Parigi, denominata statua di Germanico in Huftmantel proveniente dal foro di Gabii ma altri ritratti marmorei li possiamo rintracciare presso la Collezione Schloss Erbach in Asia, a Tolosa al Musée Saint-Raymond. A Roma al Museo Nazionale Romano durante l'impero si facevano questi ritratti marmorei, controllati e postati nei vari luoghi, tutte statue che hanno in comune l'acconciatura dei capelli e il profilo.

La statua, costruita in varie parti fuse separatamente e poi assemblate, poggiava su una base in calcare, parzialmente conservata, alla quale era ancora attaccato il frammento bronzeo del piede destro. Insieme alla statua vennero alla luce un capitello con trofei e prore di navi, allusivo probabilmente a una vittoria navale di Augusto e un'ara. La base della statua è priva del testo epigrafico che probabilmente era inciso sul rivestimento non conservato; uno dei rari esempi di loricati in bronzo che si sono conservati dall'antichità è il simbolo più importante della produzione artistica romana, frutto di un paziente lavoro di restauro «… che ha permesso il suo completo recupero, con una ricostruzione che, a parte alcuni dettagli cui si accennerà, ne restituisce fedelmente l'aspetto originale ed una chiara leggibilità al complesso apparato decorativo. Si compone di parti realizzate separatamente con il metodo della fusione indiretta di modelli in cera, che furono successivamente saldate tra loro. Queste parti sono la testa, le gambe, le braccia, la mano con metà dell'avambraccio sinistro, il busto loricato. Il paludamentum e la tunica sono a loro volta composti di più elementi. Fuse separatamente sono anche la spada, parte del balteo e la lancia» 4 . La statua romana, opera di una bottega ellenistico-orientale e databile intorno alla fine del II secolo e la prima metà del I secolo a.C. 5 interamente realizzata in bronzo, alta circa 2,09 m. sorgeva in origine nel campus di Ameria, luogo adibito alle funzioni pubbliche, all'attività fisica e alle esercitazioni militari. Il Campus era uno «spazio aperto e recintato da un basso muro [...] si trovava nelle aree pianeggianti dei suburbi, spesso in prossimità di mura urbiche o anfiteatri e ospitava le sepolture di notabili [...] Un luogo ideale di comunicazione di ideologie in azione, dove il potere era quanto mai vicino ai cittadini dell'impero con le sue immagini che potessero rendere presente nello svolgersi di attività quotidiane la Vittoria imperiale, perpetuandola con rituali pubblici in onore di prìncipi e imperatori» 6 . Rappresenta un personaggio loricato con la testa rivolta leggermente a guardare il braccio destro, proteso nel gesto della adlocutio, posta su un piedistallo quadrato marmoreo con un piede in procinto di venire in avanti. Partendo dall'alto, la testa-ritratto, volta leggermente a destra, riproduce i tratti fisionomici di Nero Claudius Drusus Germanicus, che scoperta con i capelli, come propose Giulia Rocco, la testa venne realizzata separatamente, lo dimostra la presenza all'interno dello scollo di ben tre punti di saldatura in lega di bronzo: «non si tratta , infatti, né di codoli residui della fusione, né di perni destinati a fornire un sostegno sul lato anteriore alla testa che, come si è detto, è saldata alla valva posteriore mediante una rosolatura in metallo» 7 , la testa originaria era stata staccata e al suo posto, si instaurò il ritratto di Germanico. Matteo Caldario, durante i convegni del 24 e 25 maggio 2019 sul bimillenario dalla morte del Germanico, trova che la spiegazione più «economica» di questo intervento così radicale: «è che sia intervenuta una forma violenta di damnatio memoriae a cui seguì il ripristino del monumento con una nuova identità. Alla luce della datazione proposta del torso, l'unico candidato possibile per l'identificazione del personaggio effigiato nel loricato più antico sarebbe dunque Caligola, come sostenuto anche da John Pollini» 8 . Sta di fatto che, come scrive ancora la Rocco: «Gambe e braccia furono sostituite o perché danneggiate o non conservate, oppure perché si volevano apportare modifiche sostanziali, non realizzabili altrimenti su parti in bronzo. La trasformazione avvenne evidentemente anche con l'intento di cancellare tutti quegli elementi ritenuti non adatti al nuovo personaggio che la statua doveva effigiare» 9 dunque si scelse di raffigurarlo mentre posa il gesto dell'adlocutio, a ricordare le sue funzioni di comandante militare. Germanico, simile all'Augusto di prima porta, in veste trionfale, indossa una corazza simile arricchita al centro da una decorazione, sul volto «Nelle cavità orbitali erano originariamente applicati occhi di materiale differente, pasta vitrea o pietra dura, come in genere si riscontra in opere bronzee di elevato livello artistico. Le narici sono forate; gli orecchi, realizzati a fusione piena, erano stati modellati separatamente e applicati sulla forma in cera» 10 . Il braccio sinistro è piegato al gomito e sorregge con la mano una lancia e le pieghe del manto, che dalla spalla scende sull'avambraccio. Il braccio destro è alzato nell'atto di arringare o di parlare all'esercito prima di andare al combattimento. A coprire il corpo, oltre alla leggera tunica di lino manicata, visibile sulle spalle e la parte superiore delle braccia, che scendeva poi fino a coprire le gambe con lunghe pieghe verticali, appena mosse, la possente figura indossa una corazza, Thorax, loricata sul busto, decorata nella parte alta la figura di Scilla. Il mostro marino è raffigurato nell'atto di scagliare una pietra con la mano destra, circondata da quattro cani randagi che gli spuntano da sotto il ventre, da una grande coda attorcigliata nella parte finale e due grandi ali.

La parte centrale, destinata a un bassorilievo che mostra la scena dell'Iliade dove Achille disarciona Troilo da cavallo. Entrambi sono nudi, Achille con elmo in testa, tiene per il braccio uno scudo mentre con la mano destra tenta di aggredire Troilo, su di un cavallo, afferrandolo per i capelli. Troilo era il figlio più giovane di Priamo, re di Troia e secondo l'oracolo di Delfi, i greci non avrebbero vinto la guerra di Troia se non fosse stato ucciso il giovane Troilo. Achille, mentre attingeva acqua vicino ad una fontana, uccide il giovane. L'assimilazione tra questa storia nella corazza e il germanico, riguarda proprio la vita dei due giovani, infatti è proprio la morte giovanile a legarli, la morte del giovane Troilo come quella del giovane Germanico.

Nella parte posteriore della corazza, deturpate dalla forte ossidazione, vi sono delle figure femminili dalla corta veste, le Kalathiskos, danzatrici raffigurate con il busto di prospetto, la mano destra sulla vita mentre la sinistra piegata in avanti verso un grande candelabro: «Riprodotto con estrema attenzione nelle sue varie parti, costituito da una serie di elementi di forma campaniforme e ad anello schiacciato sovrapposti, solcati verticalmente da incisioni. Alla sommità, entro una ellisse incisa nel modello in cera, si levano lingue di fuoco con una solcatura mediana. La base, a forma di parallelepipedo, è decorata da protomi di ariete, mentre i piedi sono configurati a sfinge alata, dal corpo ferino desinente in massicce zampe leonine» 11 . In basso concludono due serie di pteryges, le frange che circondano la parte bassa della corazza, decorano la prima fila teste di satiri e teste di leone mentre la seconda ornata con motivi classici, da palmette realizzate ad agemina.

Il paludamentum «consta anch'esso di varie parti assemblate: il lembo che ricade sul braccio sinistro ne maschera la giunzione con il resto dell'avambraccio e della mano» 12 ripiegato sulla spalla sinistra scende percorrendo la schiena con spallacci, ornata da rilievi sia sul petto che sul dorso. La statua poggia il peso del corpo sulla gamba destra, mentre il ginocchio sinistro è leggermente flesso. Ai piedi indossa calzari in pelle, trattenuti da strisce avvolte intorno alla caviglia e fermate da un nodo dal quale scendono le estremità sul piede.

I frammenti appartenenti alla statua, sostituiti da copie durante il rimontaggio, sono oggi esposti all'interno di una teca in vetro, al centro della sala dedicata a Marcello Barbanera (archeologo, docente universitario, studioso del mondo antico) inaugurata alla presenza della magnifica rettrice dell'Università la Sapienza di Roma, Antonella Polimeni l' 11 marzo 2022, un articolo dell'ateneo così lo ricorda: «Docente di Archeologia e Storia dell'arte greca e romana del Dipartimento di Scienze dell'antichità e direttore del Museo dell'Arte classica e del Polo museale della Sapienza, proprio in quelle sale Barbanera aveva organizzato nel 2019 il convegno internazionale dedicato alla figura di Germanico in occasione del bimillenario dalla morte. Gli interessi di Barbanera spaziavano dalla scultura greca alla storia del collezionismo, dall'archeologia della Magna Grecia alla museografia, ed era interessato ad approfondire la definizione di arte nella società greca» 13. La teca in vetro, al centro della sala, contiene i seguenti frammenti:

1. Spallaccio destro applicato alla corazza, con decorazione a motivi vegetali e testa di leone.

2. Margine superiore della corazza, con colletto e busto di Scilla nell'atto di scagliare una pietra.

3. Frammento pertinente alla parte superiore destra della corazza, con corpo anguiforme di Scilla e testa leonina.

4. Porzione del fianco destro della corazza, con figura di Vittoria in volo e teste leonine.

5. Spada inserita nel fodero, assicurata con un nodo ad una sciarpa frangiata, che funge da balteo.

6. Gancio della spada, con estremità configurata a testa d'oca.

7. Parti della lancia: tratto di asta con punta a tre lame dai margini ondulati e tratto di asta con sauroter foliato.

8. Frammento di margine del lato posteriore della corazza, con testa leonina.

9. Parte superiore della gamba sinistra: coscia con panneggio della tunica e ginocchio.

All'interno della sala sono anche esposte le sculture rinvenute nel 1963 lungo la via Ortana oggi via Rimembranze, si tratta di un capitello figurato, un'ara funeraria quadrata oltre alla statua bronzea di Germanico insieme ad un elemento della base parallelepipeda. Il capitello è di tipo figurato e presenta la stessa decorazione, con qualche variante, su tutte e quattro le facce. Al centro del kalathos è raffigurato un trofeo antropomorfo, retto da un sostegno verticale, coperto inferiormente da uno schiniere, che costituisce l'asse di simmetria dell'intera composizione. Sono rappresentati: un elmo a calotta, con paragnatidi e cimiero disposto trasversalmente al capo (crista transversa), e una corazza anatomica con spallacci, serie di frange all'attacco delle braccia e gonnellino che copre le cosce. Ai fianchi del sostegno un elmo con paragnatidi e lophos si sovrappone a scudi ovali ed esagonali. Il trofeo regge scudi ovali ed esagonali, incrociati a coppie. In secondo piano figurano punte di lancia addossate al cavetto dell'abaco.

Ai lati sono prore di nave rappresentate da rostri e da una polena a testa leonina. I rostri fanno riferimento ad una battaglia navale, forse alla vittoria conseguita da Augusto ad Azio nel 31 a.C.: il capitello, probabilmente relativo ad una colonna onoraria, sosteneva un secondo elemento, forse una statua della Vittoria. Il capitello può essere datato in età augustea (fine del I secolo a.C. - inizi del I secolo d.C.).

Sempre nella medesima stanza sono esposte le teste ritratte in marmo di Alessandro e Livia. La prima, dai lineamenti del volto, scolpiti con estrema cura, ricordano quelli del generale macedone Alessandro Magno (IV sec. la vittoria di Azio contro Antonio e Cleopatra (31 a.C.) cominciò a presentarsi come l'ideale del principe greco. La seconda, ritrae la principessa Livia, moglie dell'imperatore Augusto, è rappresentata negli anni della maturità, con il capo velato e le sembianze di una dea. Il ritratto è databile alla prima metà del I secolo d.C., e sicuramente faceva parte di una statua marmorea a grandezza naturale che avrebbe ornato un importante edificio pubblico della città. Conclude un'ara funeraria, un altare di forma parallelepipeda, risalente alla seconda metà del I secolo d.C. lavorata nel bianco marmo solo su tre dei quattro lati ed è più larga sulla fronte che sui fianchi. Nell'iscrizione di dedica, incisa all'interno della tabula si legge: (M[-]/C (aius) S [-]/Se[-]/ D(edit) [D(edicativ)], dove si possono leggere delle lettere che fanno pensare alle iniziali del nome e del cognome del defunto a cui era stata dedicata. Sia nella parte frontale che in quelle laterali, il marmo è decorato con motivi che ricordano ghirlande di frutta e di alloro, sfingi e protomi di ariete.


Il Personaggio

Con Augusto Roma vide la nascita di un linguaggio artistico nuovo, interamente volto alla celebrazione del potere imperiale e alla creazione del consenso popolare all'azione politica del sovrano. Abbiamo le prime notizie di germanico nel lato sud dell'Ara Pacis, la costruzione a poca distanza dal grandioso mausoleo imperiale fatta innalzare dal senato nella zona di Roma chiamata Campo Marzio, tra il 13 e il 9 a.C., a celebrazione del ritorno dell'imperatore dalle vittoriose campagne militari in Gallia e in Spagna e, al contempo, della sua azione pacificatrice. Nella fascia superiore distinta in due parti, corre un fregio continuo che mostra una lunga processione di personaggi in toga, probabilmente un'allusione alla processione realmente avvenuta per l'inaugurazione del monumento. Fra i partecipanti al corteo si individuano, accanto ai rappresentanti delle più importanti cariche istituzionali dello stato, magistrati e sacerdoti di vario ordine e grado, guidati dallo stesso Augusto, tutti gli esponenti più in vista della famiglia dell'imperatore, la gens Giulia, è proprio qui che compare Germanico bambino tra Antonia Minore e Druso Maggiore 14.

Giulio Cesare Germanico al tempo Nerone Claudio Druso, nacque il 24 maggio del 15 a.C. 15 da Druso maggiore e Antonia minore, rimase orfano nel 9 a.C., designato da Augusto come suo erede, venne fatto adottare da Tiberio nel 4 a.C. per farlo entrare nella successione dinastica dei Giulio-Claudia. Ereditò l'appellativo di Germanico in memoria del padre che, morto a 29 anni, aveva conquistato alcune zone della Germania. Il 27 giugno del 4 d.C. segna l'inizio della sua ascesa politica, Tra i suoi primi incarichi militari-istituzionali ci furono la Questura nel 7 d.C. e nell'8 d.C. le rivolte in Dalmazia e Pannonia, conquistando poi nel 9 d.C. le città di Splonum e Seretium 16.

Nell'11 d.C. Augusto lo invia come proconsole in Germania insieme a Tiberio, qui gli affida il comando di otto legioni dislocate in due accampamenti sul Reno con il titolo di legatus Augusti pro praetore 17 . Il suo primo consolato risale al 12 d.C. ne seguì un altro nel 18 d.C. mentre è in Gallia, lo sopraggiunge la notizia della morte di Augusto, contemporaneamente, Tiberio gli fa conferire l'imperium proconsulare grazie al quale riesce a domare una rivolta in atto tra le legioni di Germania.

«At hercule Germanicum Druso ortum octo apud Rhenum legionibus imposuit adscirique per adoptionem a Tiberio iussit, quamquam esset in domo Tiberii filius iuvenis, sed quo pluribus munimentis insisteret. Bellum eā tempestate nullum nisi adversus Germanos supererat, abolendae magis infamiae ob amissum cum Quintilio Varo exercitum quam cupidine proferendi imperii aut dignum » 18 .

La sua brillante carriera continua nell'autunno del 14 d.C. collezionando una serie di vittorie con le campagne contro i Germani, battute tra l'Elba e il Reno, che si concluderanno con la vittoria romana nella pianura detta Idistaviso. Al ritorno a Roma nel 17 d.C. riceve l'onore e il trionfo della popolazione a seguito del trionfo sulle popolazioni dei Cherusci, Catti ed Angribari, come rappresentato in monete o raffigurazioni pittoriche dell'Ottocento. Viene inviato prima in Oriente, per sedare una sommossa istigata dal re Artabano, poi in Egitto. Dopo il ritorno in Siria, retta dal governatore da Gn. Calpurnio Pisone, a lui ostile, secondo la tradizione morì nei pressi di Antiochia il 10 ottobre del 19 d.C. contraendo una malattia 19 in circostanze misteriose, (le circostanze misteriose della sua morte gettano un'ombra di sospetto contro Pisone e persino contro lo stesso Tiberio di cui era nota l'avversione nei confronti del figlio adottivo). Il corpo di Germanico viene cremato nel foro di Antiochia e le ceneri trasportate a Roma per essere deposte nel Mausoleo di Augusto 20.

Germanico fu un abile e valoroso condottiero, imperatore dell'esercito romano, combatté soprattutto in Germania. Sarebbe diventato il terzo imperatore di Roma dopo Augusto e Tiberio, padre adottivo, ma a causa della sua prematura morte ad Antiochia, non riuscì a succedere al trono imperiale. Grandi onori dopo la sua morte gli vennero tributati nei municipi 21, dove l'ego di Germanico aveva acquisito grande favore tra l'esercito e il popolo, diventando uomo di grandi gesta e dunque popolare; un esempio può essere proprio il «Colosso di Amelia», la statua infatti è postuma, eretta dopo la sua morte, durante il regno di Claudio. Per la datazione il problema fu che nel ritrovamento della statua, non venne trovata nessuna iscrizione alla base che potesse permettere ad archeologi e studiosi di catalogare con certezza il bronzo. Uomo colto, abile oratore, poliglotta, diplomatico, intelligente, campione di coraggio, non divenne mai imperatore ma la sua popolarità fu tale che in molti municipi vi fosse un monumento a lui dedicato e la statua, innalzata nel campus esterno della colonia romana di Ameria, resta oggi come testimonianza della gloria e del grande valore della gesta che Germanico aveva esportato in tutto l'impero.


Germanico Cesare …a un passo dall'impero

Dal 10 ottobre 2019 al 31 gennaio 2020 è stato dedicato un anno al Germanico di Amelia, con eventi, conferenze, convegni e pubblicazioni di libri intorno alla sua figura. La celebrazione del Bimillenario della morte di Germanico ha lasciato qualcosa di nuovo nel museo, un 'installazione multimediale dal titolo Germanico cesare …a un passo dall'impero 22 a cura di Katatexilux 23 e Marcello Barbanera che ripercorre la vita di Germanico attraverso il racconto degli eventi storici e dell'immagine che ci è stata tramandata tramite l'arte e la musica. Parte del percorso è dedicato alla ricostruzione 3D della città di Amelia in epoca imperiale. Inoltre, è stato realizzato anche un sito web dedicato agli eventi della mostra.

La mostra è posta al piano terra, entrando dalla porta d'ingresso, sulla destra, in uno spazio usato antecedentemente per l'installazione di mostre d'arte.

All'interno lo spazio è diviso in due sale comunicanti tra loro da due porte poste ai lati. In una parete nera della prima sala, è posto un dipinto animato di Benjamin West Agrippina approda a Brindisi con le ceneri di Germanico, 1776, Yale University Art Gallery, New Haven. Frontalmente un sistema di proiettori video immerge il visitatore, in un filmato che racconta la storia di Germanico arrivando fino al Settecento dove è possibile ascoltare estratti di testi composti da:Georg Philipp Telemann Germanicus 1704; Nicola Porpora Germanico in Germania, 1773; Georg Friedrich Händel Germanico, 1706-1710.

Nella seconda sala sono esposti su una parete nera 8 dipinti animati con schermo al posto della tela, racchiusi in cornici dorate lignee, posti in ordine cronologico con le opere di: Peter Paul Rubens, Agrippina e Germanico, 1614, National Gallery of Art, Washington; Gavin Hamilton, Agrippina approda a Brindisi con le ceneri di Germanico, 1765-1772, Tate Britain, Londra; François-André Vincent, Germanico seda la rivolta, 1768, École nationale supérieure des beaux-arts, Pargi; Benjamin West, Agrippina in lutto con le ceneri di Germanico, 1773, Ringling Museum, Sarasota; Benjamin West, Segeste e sua figlia davanti a Germanico, 1773, Windsor Castle, Royal Collection, Londra; Alexander Runciman, Agrippina approda a Brindisi con le ceneri di Germanico, 1781, Scottish National Gallery of Modern Art, Edimburgo; Heinrich Friedrich Füger, Morte di Germanico, 1789, Akademie der bildenden Künste, Vienna; Joseph Mallord Turner, Agrippina approda a Brindisi con le ceneri di Germanico, 1839, Tate Britain, Londra. Nella parete frontale è posto uno schermo che riassume la storia e il ritrovamento della statua mentre ai due lati, sono poste due busti con copie di ritratto di Augusto, anonimo, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen e Livia, anonimo, Musées Occitanie, Tolosa.


Secondo piano

La sezione archeologica continua in parte al secondo piano con Il leone funerario; un leone in travertino, dalle proporzioni naturali, è accovacciato su una base parallelepipeda, disposto in posizione frontale, con il dorso inarcato, le zampe piegate ad angolo retto e aderenti alla base come a suggerire uno stato di allerta. La testa è molto voluminosa, grazie alla ricca criniera, rispetto al resto del corpo. Rinvenuto nell'area suburbana meridionale. Sculture di questo tipo, raffigurante un animale appartenente alla nota classe di sculture leonine, disposte a coppie, erano una decorazione comune sui monumenti funebri tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.

Posto in un altro spazio è il coperchio di un monumento funerario databile intorno al I secolo a.C e il I secolo d.C con una particolare iscrizione «VITOR» all'interno del timpano che ricorda il mestiere del defunto. Si tratta infatti di un artigiano che lavorava intrecciando il vimini per produrre oggetti, simile al canestraio della società contadina. Nel timpano, sopra la scritta, sono riconoscibili gli strumenti del mestiere come un attrezzo a punta piatta, forse un raschiatoio per decorticare i rami e, un coltello, per recidere i vimini sporgenti dopo l'intreccio nella costruzione di un oggetto.Termina la visita del secondo piano, dove si trova anche una zona archeologia altomedievale con decorazioni, inserti e motivi di derivazione Longobarda, il focus è concentrato nella pinacoteca che racchiude la storia recente della città dal punto di vista pittorico e una parte della collezione Spagnoli e Conti Palladini. Qui c'è la vita culturale del museo, la stanza con circa ottanta sedie è il luogo ideale per le conferenze, i matrimoni, presentazioni di libri o altre attività.


Pinacoteca

La Pinacoteca comunale, ricavata in un ambiente separato dallo spazio archeologico da una parete in legno, sono esposte: una statua lignea, quattro tempere su tavola, un affresco e quindici dipinti ad olio provenienti due dal palazzo comunale, porta romana, dalla chiesa di san Michele Arcangelo, dalla chiesa di sant'Angelo (oggi scuola di musica) e da palazzi privati. Precede una piccola galleria con ritratti di personaggi illustri amerini, poi, sulla destra, si entra nello spazio principale, una sala rettangolare ricoperta da pannelli in legno che viene circondata da interessanti opere che mostrano il periodo di particolare floridezza per la città dove lavorarono artisti come: Livio Agresti con la «Crocifissione con le Sante Firmina e Olimpiade, datato 1557, forse proveniente dalla Cattedrale», di Giacinto Gimignani «San Michele Arcangelo scaccia il demonio, 1677», e artisti della cerchia di Sebastiano Conca con «La conversione di San Girolamo Emiliani, post 1767».

Sulla destra della piccola galleria sono presenti i ritratti di Giacomo Mandosi, del cardinale Braschi Onesti, di prospero Mandosi oltre alla grande tela della Battaglia di Elvas, opera di un pittore della seconda metà del XVII secolo che rappresenta il coinvolgimento militare del condottiero Giovanni Vannicelli su di un cavallo nella battaglia di Elvas del 1659, di cui vengono enumerate le varie fasi. Giovanni II Vannicelli, membro della nobile famiglia che esercitava una sorta di signoria su Lugnano. Di ritorno dal Portogallo, dove, come ci informa l'iscrizione, era stato nominato luogotenente generale della cavalleria dell'esercito per il re Alfonso, Giovanni fu annoverato tra i nobili con il titolo di hidalgo e barone di Altamura.

Su di un lato sinistro, sopra un cilindro in legno, poggia una statua lignea che rappresenta forse una Santa? o la vergine Maria? sicuramente una donna in piedi con i capelli raccolti, in pessime condizioni. La figura dalle braccia mancanti indossava un grande vestito a fondo bianco con dei motivi floreali, presenti visibilmente ancora in parte nel retro. Proviene dalla collezione Conti Palladini e pare provenga da un mercatino dell'antiquariato di Viterbo.

Vicina alla statua, posta su un cavalletto è la raffigurazione su una tavola della Madonna Assunta datata XIX secolo, originariamente posta, fino al 2014 sopra porta romana, e trasportata al museo dopo il restauro, rappresenta la vergine Maria incoronata circondata da una schiera di Angeli.

Il ritratto postumo di Alessandro Geraldini, identificato dalla scritta in alto a sinistra: Alex Geraldinus Ep[iscupu] s.S[ancti]. Dom[inici] Occidental[ium] primo vescovo d'America, colui che scrisse l'Itinerarium dove raccontò notizie su Colombo e le nuove terre scoperte, un dipinto olio su tela datato intorno al XVII secolo. Rappresenta il vescovo Geraldini 24 , seduto su una sedia con la mantellina e la cotta bianca, mentre con la mano destra, tiene un bigliettino bianco. Fu oggetto di restauro nel 1990 e venne alla luce che il ritratto fu eseguito apportando alcune varianti ad uno preesistente, dipinto nel 1628 dal pittore bolognese Tommaso Campana, a rivelarlo è una scritta sul retro della tela. Appena entrati nella sala rettangolare della pinacoteca, il primo dipinto sulla sinistra, di grandi dimensioni, è La Vergine che libera San Girolamo Emiliani opera su tela con cornice dorata della cerchia di Sebastiano Conca, proveniente dalla chiesa di Sant'Angelo, dove occupava l'altare di sinistra del transetto. La scena rappresenta la conversione del Santo dove la vergine maria in gloria tra gli angeli che compare di fronte a San Girolamo Emiliani, fondatore della Congregazione dei Padri Somaschi.


La Crocefissione è opera del pittore forlivese (Forlì 1508 - Roma 1580) Livio Agresti. È stata dipinta utilizzando la tecnica della tempera su tavola, datata e firmata nel 1557. Tra il 1557 e il 1560 compone un insieme di opere nell'Umbria meridionale, peraltro in buona parte firmate; per Amelia, dove dipinge la Crocifissione con i santi Firmina e Olimpiade, che peraltro, costituisce la prima opera certa rispecchiando la svolta di Agresti, per Narni, con un'Annunciazione ora nel Museo civico e una Consegna delle chiavi nel Duomo, e per Terni, con una Circoncisione nel Duomo. Livio, sembra incuriosito dalla configurazione urbana della città: in un suo disegno raffigurante Gesù che guarisce un cieco, conservato al Louvre nella Cab. des dessins, inserisce come sfondo un borgo su un colle che sembra proprio Amelia; sono riconoscibili le mura con le sue torri difensive lungo il tratto verso Porta Leone, la Porta Romana, il campanile di San Francesco. Pur trattandosi di uno schizzo sommario si manifesta l'interesse dell'artista per il luogo, giunto a notorietà forse a seguito dell'intervento del Sangallo sulle mura oltre che per le sue Antichità, città erede della classicità al pari di Roma 25 . In quest'opera della pinacoteca civica, sono raffigurati i due martiri protettori di Amelia, Firmina e Olimpiade, Firmina raffigurata alla destra di cristo che consegna la città al Salvatore mentre Olimpiade, con dietro un cavallo, è alla sinistra mentre al centro campeggia la croce con Gesù inchiodato; alla base della croce si può ancora leggere parte di un'iscrizione nella calce “… fecit/1557” che ci restituisce con certezza l'anno di realizzazione 26. Un'interessante curiosità è quella del ritratto dell'artista dipinto sul braccio del soldato Olimpiade 27 .

Proveniente dalla chiesa di San Michele Arcangelo, disposto fino agli anni ‘80 all'interno del palazzo comunale è invece l'opera che raffigura proprio l'arcangelo, riconosciuto come guida delle anime al cielo, vestito come un soldato loricato, con grandi ali e un mantello rosso è tra due angeli, intento a liberare le anime dall'inferno. Il dipinto è firmato e datato in basso, vicino a un masso, dove è scritto (Yacinthus Gimignanus/ pistori pingeb./ A.S 1677).

Al centro della sala, uno affresco restaurato che rappresenta un colonnato di cinque arcate di cui due in entrambi i lati uguali e sormontate da un timpano triangolare mentre l'arcata centrale è più grande e ospita, verso la destra, un angelo e al di sotto due volti di persone. In gran parte danneggiato, proviene dalla chiesa di San Francesco e, si tratterebbe di una parte delle «storie di una Santa» con mano riconoscibile al Maestro dell'Assunta di Amelia 28 a cui è attribuita anche l'Assunzione della vergine posta in Duomo. L'attribuzione viene da Corrado Fratini che scrive: «L'ipotesi che questo episodio sia da considerare di origine amerina è corroborata da un argomento ben più solido rappresentato dall'esistenza di una grande decorazione ad affresco, legata ad uno dei più importanti monumenti della cittadina umbra: la chiesa di San Francesco, che dovrebbe costituire un'ulteriore tappa nel percorso di questo nuovo pittore. Purtroppo, il lavoro deve considerarsi perduto ma nelle immagini che presento si possono cogliere strette aderenze con i dipinti già esaminati, in particolare ritengo di poter positivamente raffrontare la testa della Santa in alto a destra con il viso della Vergine che riceve l'omaggio dei Magi nella predella di Santa Maria Maggiore. Sulla base di questo importante riconoscimento e di altri segnali che si colgono nel panorama artistico di Amelia penso di poter indicare nella cittadina umbra la base di attività del neonato artefice che suggerirei di chiamare provvisoriamente Maestro dell'Assunta sembra più significativo» 29.


Madonna col bambino tra San Giovanni Battista e San Francesco

L'opera risale al 1469 e proviene dal palazzo comunale dove risiedeva al centro della sala consiliare. Si tratta di una pala d'altare, in , composta da una tavola centrale, la lunetta e una predella (alcune parti della cornice laterali sono state perdute, oggi sostituite con parti in legno che mantengono integra la pala). Al centro, leggermente dietro alle due figure è seduta su di un trono, la Madonna, con lo sguardo rivolto in basso a guardare suo figlio Gesù seduto sulle sue gambe, il quale tiene in mano un piccolo uccello, Dal fondo dorato emergono in primo piano San Giovanni Battista che sorregge una croce e indica con la mano destra Gesù, mentre alla sinistra della vergine vi è San Francesco il quale tiene a sua volta una croce e le Sacre Scritture, si porta la mano sinistra al petto e guarda con devozione Gesù. Nella lunetta è raffigurato l'Eterno benedicente affiancato da due Cherubini mentre nella predella, circoscritti in dei cerchi, sono dipinti una Santa o forse la Madonna, una Imago Pietatis e un Santo, forse Giovanni evangelista, a ricordare la scena della morte di Cristo dove sotto la croce rimasero Maria e il giovane apostolo 30.

Gli studiosi ritengono sia stata eseguita da un pittore umbro-laziale vissuto a contatto con Piermatteo d'Amelia. La tavola sembra eseguita a due mani, da una parte riflette lo stile di Piermatteo che pare abbia eseguito l'Imago Pietatis , dall'altra risente dello stile di Antoniazzo soprattutto nelle due figure dei santi e nella Madonna che somiglia a quella di Evangelista Aquilani (al quale si può forse attribuire la pala) che per la chiesa collegiata di San Nicolò di Collescipoli, realizzò una Madonna con bambino, molto simile alla tavola di Amelia.

U. Gnoli ritiene che la tavola mostri l'influsso al tempo stesso nella pittura perugina del Vannucci e della pittura romana di Pinturicchio e di Antoniazzo, per l'ambientazione della scena in uno spazio immateriale e senza tempo, ancora legata al fondo d'oro con arabeschi.

Di certo si individua la presenza di mano diverse nell'esecuzione delle figure dei santi e della vergine rispetto alla cimasa con l'eterno benedicente che richiama sia al sant'Antonio abate sia alla cultura fiorentina e di Verrocchio.

Ma tra le opere più pregevoli e interessanti, proveniente dal palazzo comunale, è certamente la tavola su «Sant'Antonio Abate» dipinta da uno dei pittori più importanti del rinascimento umbro, Piermatteo d'Amelia conosciuto come “Maestro dell'Annunciazione Gardner”, uno dei protagonisti del rinascimento umbro insieme al Pinturicchio e al Perugino. (Fig. 3)



Fig. 3 - Piermatteo Manfredi d'Amelia, Sant’Antonio Abate, 1475, tempera su tavola, cm. 180 X 100 esposta presso la pinacoteca del museo E. Rosa di Amelia - Foto cortesia comune di Amelia
Fig. 3 - Piermatteo Manfredi d'Amelia, Sant'Antonio Abate, 1475
tempera su tavola, cm. 180 X 100
esposta presso la pinacoteca del museo E. Rosa di Amelia
Foto cortesia comune di Amelia



La tavola di Sant'Antonio Abate

Di particolare prestigio, essendo l'unica opera che la città possiede su Piermatteo di Manfredi d'Amelia (Amelia 1445 - 1508 circa), la tavola, attribuita per prima dallo Gnoli nel 1923, è posta su un angolo destro della sala, all'interno di una teca in vetro per proteggerla. L'opera misura 160 x 81 cm, ed è una tempera su Tavola, proveniente dal convento francescano di San Giovanni Battista in Amelia. Nel 1992 venne trovato un documento del 1474 nell'Archivio di Stato di Terni, che conteneva un finanziamento concesso dal convento di San Giovanni Battista In canale ad Amelia per una tavola e un altare dedicati a Sant'Antonio Abate. Grazie a questo documento è stato possibile identificare con certezza l'opera come un dipinto di Piermatteo d'Amelia. Il consiglio dei dieci del comune di Amelia, dopo aver individuato il «podii megliorutii», il vocabolo Poggio di Miglioruzzo, con una delibera del 17 agosto 1465 edificò la chiesa tra il 1465 e il 1570 che sarebbe servita per ospitare gli Osservanti. Come riporta Lucilla Vignoli: «Nell'archivio della Porziuncola di Santa Maria degli Angeli di Assisi è conservato un breve di Paolo II, datato 1469, indirizzato al vescovo di Amelia, nel quale si concede il privilegio del possesso totale del convento agli Osservanti» 31 . Il complesso, all'interno del territorio, costituiva un vero e proprio polo sanitario, gestito dai frati conventuali; al suo interno esistevano vari servizi come uno studio di Logica dove si tenevano lezioni su «casi di coscienza» con studenti del luogo. Sappiamo la descrizione del complesso anche grazie all'aiuto di padre Antonio da Orvieto che scrive nel 1717 una Cronologia della provincia serafica dell'Umbria, dove colloca la tavola del Santo all'interno di una macchina d'altare, simile a quella della chiesa dell'Annunziata in Amelia. «Del convento di S.Giambattista d'Amelia […] sopra del detto Poggio di Migliorozzo [...] fu eretto questo Convento […] non più grande che di due piccoli Dormitorj. ed una Chiesa di mediocre capacità, e liscia ne' suoi lati. In oggi però si rende così vagha, ed infine divota la detta Chiesa, che di poco la cede nella bellezza alle più belle della Provincia. Ha ella un Maestoso Capo d'Altar Maggiore, la cui Cappella nell'ordine Corinthio, benché tutta di legno dipinto a pietra mischia, è nulladimeno assai piacevole nella sua bella disposizione, e molto più ammirabile in un preziosissimo Quadro, che rinchiude fra le sue quattro colonne, ed in un'altro [sic], fatto a mezza sfera, che termina fino alla Volta della Chiesa la sopraddetta Cappella [...] Nel corpo della Chiesa si vedano quattro Cappelle nobili sfondate tutte dipinte, e co' loro Quadri di buona mano; le due alla destra dedicate la prima al miracolosissimo S. Pietro d'Alcantara, e a seconda al Santissimo Crocifisso, sono di stucco dipinto a pietra mischia nell'ordine Toscano: e l'altre due alla sinistra, la prima è consagrata al Glorioso S. Antonio di Padova, e la seconda allo Sposalizio di Maria Vergine con S. Giuseppe, sono di legno, ricoperto paramente a mischio d'ordine innominato nell'architettura. Quest'ultimo Quadro è assai stimato, ed è copia d'un originale di Carlo Maratta, al vivo riportato da buon pennello; l'Altare di questa Cappella è privilegiato un giorno la settimana; ed ha dietro, verso la parte dell'Orto, un Cimitero, in cui si vede qualche pittura antica. Finiscono d'abbellire la detta Chiesa alcuni buoni Quadri grandi, e piccoli partitamente disposti, fra quali è un S. Antonio Abbate di giusta statura d'un Uomo, dipinto in grossa tavola, che sembra della medesima mano del Quadro dell'Altar Maggiore. Fu questa Chiesa nell'anno 1695, alli 17 di Aprile ad istanza de' Religiosi consagrata da Monsignor Giuseppe Crispino Vescovo d'Amelia, e ciò fu fatto con tutta pompa, e solennità, come apparisce dall'Istromento, che ne fu fatto, la cui copia localizzata si conserva fra l'altre Scritture del Convento nella Camera del p Guardiano.» (Fig. 4)32.



Fig. 4 - Piermatteo Manfredi d'Amelia, Sant'Antonio Abate, 1475, particolare, foto cortesia comune di Amelia
Fig. 4 - Piermatteo Manfredi d'Amelia, Sant'Antonio Abate
1475, particolare
Foto cortesia comune di Amelia
Foto © di Giovanni Bussetti

La cronologia dell'opera, secondo la Vignoli, è da fissare intorno al 1481, anno della realizzazione del polittico di Orvieto, prima della fase romana, nel momento in cui Piermatteo rientra in Umbria dopo l'esperienza Fiorentina 33 infatti risulta documentato ad Amelia il 25 ottobre 1475, il 29 settembre 1476, l'8 febbraio 1479, in qualità di testimone per alcuni atti 34. Il Santo Antoniano, egiziano di nascita, morto nel 357 d.C., era un uomo semplice che predicava la povertà, eremita in una grotta nel deserto, la sua devozione si ampliò quando le sue reliquie vennero traslate nel monastero di Vienne (Francia). Piermatteo trasforma il Santo, in un religioso del suo tempo, un monaco anziano e in barba come scritto in un inventario dell'epoca 35 . Assiso su un trono marmoreo bianco con dietro uno sfondo dorato, la possente figura viene mostrata il volto riposato, quello di un saggio signore dalla barba lunga e bianca che con un viso stanco, solcato dalle rughe del tempo, emana tranquillità e pace, circondato in alto dall'aureola. Indossa la tunica e la cocolla scura dove è stato ricamato il Tau: simbolo dei francescani. Con la mano destra benedice e con il braccio regge il bastone con la campanella, simbolo di riconoscimento che oltre ad essere un attributo degli eremiti è anche un segno di riconoscimento che utilizzavano i frati dell'ordine per annunciarsi quando arrivavano per la questua 36, mentre con la mano sinistra regge il libro delle sacre scritture aperto dalla copertina rossa sporgente dal perimetro. In basso, sulla sinistra, posto vicino ai suoi piedi, un piccolo maialino (altro attributo) guarda il Santo e amplifica la statuaria presenza del Santo che si può così riconoscere. Il porcellino: «evoca la tradizione medievale del permesso concesso agli antoniani di poter allevare maiali nella città, per ricavarne il grasso usato nella cura del fuoco di Sant'Antonio» infatti il Santo si lega alle funzioni sanitarie e infermieristiche dei conventi 37 e tramite il maialino insieme al simbolo Tau rappresentano la funzione terapeutica che aveva il lardo di maiale, usato per la realizzazione di unguenti contro l'ergotismo. Alcuni maiali erano anche assegnati ai monaci per il proprio sostentamento, contrassegnati con la lettera «T», la stessa che portavano nel cucito dell'abito.

«Seppur provato da alcune difficili vicende conservative, il dipinto su tavola è uno dei capolavori di Piermatteo, nel quale emerge la formazione del pittore amerino nella bottega fiorentina di Andrea del Verrocchio. La figura possente del vecchio Santo racconta l'attenzione di Piermatteo d'Amelia nella definizione degli aspetti plastici della figura, esaltati da un disegno e da un chiaroscuro sapiente» 38. La tavola, prima dell'abbandono definitivo, fu data dai proprietari al comune di Amelia dove alloggerà nel palazzo comunale fino all'avvento del museo civico. Pier Matteo Manfredi d'Amelia è stato dunque «l'esponente di un umanesimo caratterizzato dal contrasto tra l'acuta coerenza delle sue composizioni spaziali e pittoriche e il freno rappresentato dal suo conservatorismo iconografico» 39 .

A cosa potrebbe essersi ispirato Piermatteo nel dipingere la tavola di Amelia?

Certamente, per impostazione, un Simile dipinto si trova temporaneamente alla galleria nazionale dell'Umbria, firmato come «Maestro del 1418, Sant'Antonio Abate in trono e committenti, tempera su tavola, collezione privata» dove il Santo è seduto in un trono marmoreo bianco, regge il bastone alla sua destra e tiene il libro chiuso alla sinistra. In basso spunta il maialino nero, identico a quello di Amelia, lo si riconosce dalla chiazza bianca all'altezza della spalla del suino 40 . Apparso per la prima volta nell'affresco «Effetti del Buon Governo sulla città e sul contado» di Ambrogio Lorenzetti a Siena, lo ritroviamo in un altro affresco datato 1375 e il 1308 all'interno dell'Oratorio trecentesco di S. Bartolomeo a Prato dove viene raffigurato sant'Antonio abate in piedi e alla sua destra il maialino; sempre nella stessa chiesa è presente un altro affresco di Sant'Antonio abate con quattro storie della sua vita, eseguito probabilmente da Arrigo di Niccolò tra il 1374 e il 1446 in cui nel vestiario e nelle pose si possono rintracciare similitudini con la tavola del Maestro di Perugia come il libro rosso chiuso tenuto alla sinistra, il bastone ligneo a destra e i due abiti con il contrasto tra nero e marrone chiaro. Negli ambienti fiorentini, anche Masaccio, nel trittico di San Giovenale, tempera su tavola del 1422 per la chiesa di San Pietro sita in Cascia di Reggello, raffigura il Santo con il maialino alla sinistra della Vergine col bambino. Simile al Masaccio, è anche un'altra tempera su tavola del 1420 circa, di Michelino da Besozzo che nello Sposalizio mistico di Santa Caterina, esposto a Siena nella Pinacoteca nazionale, mostra il Santo, immerso nel fondo dorato, sempre alla sinistra della Vergine mentre tiene un bastone su cui si appoggia e in basso a guardarlo, il maialino. Questo che si andava creando negli anni poteva dunque essere l'immaginario che si era creato intorno alla figura del Santo con il maialino nero di cinta senese o suino nero cinghiato di Norcia, la campanella, il libro rosso, la lunga barba e il suo vestiario, un eco tanto da arrivare fino ad Amelia dove Piermatteo lo immortalerà per il convento francescano di San Giovanni Battista in canale, fuori le mura, oggi in via Roma 41. Un sant'Antonio abate è da segnalare in un affresco quattrocentesco della chiesa di Sant'Agostino a Cascia dove il Santo è riconoscibile per l'emblema antoniano della campanella e la lunga barba, raffigurato su una parete vicino l'ingresso, posto in piedi, mentre legge un libro. In basso, a guardarlo, si vede il maialino nero a riposo; un altro affresco simile si trova sempre a Cascia nella chiesa-museo di Sant'Antonio abate. Forse, Piermatteo, durante il suo soggiorno nella città dove, secondo Zeri, probabilmente dipinse gli affreschi del martirio di Santa Margherita d'Antiochia 42 e lasciò un suo autoritratto 43 mentre indossa un berretto rosso, potrebbe aver visto le altre opere e quindi ispirarsi 44 .

Per continuare ad indagare sulle influenze della figura del Santo, bisogna ritornare in queste zone dove alcune similitudini si possono rintracciare con la scultura raffigurante Sant'Antonio abate, conservata in un angolo della navata laterale di sinistra nella Cattedrale di San Giovenale a Narni. L' opera mostra delle generiche analogie con la tavola di Amelia, raffigura il Santo assiso su un tronetto in legno con la mano destra benedicente mentre appoggia la mano sinistra su un libro dorato con al centro un fiore con sei petali e otto foglie che lo circondano. La statua lignea è firmata in basso sul bordo, dove si legge OPVS LAVRENTII PETRIA. A.L. VECHIETTA DE SENIS A CCCCLXXV; di Lorenzo di Pietro, detto il Vecchietta, nel 1474 inizialmente per la chiesa di sant'Antonio, oggi non più esistente. La statua e la tavola di Piermatteo trovano similitudini nel dipinto del 1475 di Benozzo Gozzoli nella controfacciata della collegiata di Santa Maria Assunta a San Gimignano, dove le analogie sono accentuate dalle pose con la mano destra benedicente e la mano sinistra poggiata su un libro rosso, dal vestiario che contraddistingue il Santo, dalla lunga barba del saggio e dal maialino che guarda il Santo e indossa al collo la campanella. Un'altra scultura della seconda metà del XV secolo, in legno policromo è presente a Massa Martana, nella chiesa Nuova, che presenta il Santo, in piedi con la mano benedicente e il bastone. Ad Amelia si può segnalare l'affresco quattrocentesco sito nella chiesa di San Girolamo, dove il Santo, accanto alla Vergine, dalla folta barba bianca e lunga, tiene il bastone con la campanella e il libro rosso delle sacre scritture. L'affresco è simile a quello di Avigliano Umbro, posto in un brandello di muro nella chiesa di Sant'Angelo dove nell'affresco datato 1455 il Santo, raffigurato insieme alla Madonna col bambino e San Bernardino da Siena, è in piedi e anche qui riporta il bastone con la campanella e il libro rosso. A Toscolano, nella parete laterale della chiesa della SS. Annunziata, Piermatteo dipingerà un Sant'Antonio abate per impostazione del viso e della mano destra benedicente identica a quella della tavola di Amelia. Attualmente il convento di San Giovanni Battista in Amelia (sede primaria dell'opera di Piermatteo), fondato nel 1469, versa in un preoccupante stato di degrado e abbandono, a seguito della soppressione postunitaria venne abitato dai frati riformati fino al 1891 quando poi fu abbandonato 45 e in seguito trasformato in una residenza stile liberty. Proprio in quegli anni venne redatto un manoscritto cartaceo, conservato oggi a Perugia nella Biblioteca comunale Augusta, dal titolo: INVENTARIO E DESCRIZIONE DEGLI OGGETTI DI BELLE ARTI RINVENUTI NELLE CHIESE O CASE DELLE CORPORAZIONI O COLLEGIATE SOPPRESSE DELL'UMBRIA e nella sezione Circondario di Amelia - Mandamento di Amelia - Comune di Amelia - Convento di S.Giov. Battista - Minori Riform. Conviv. vengono censiti i seguenti dati inerenti alla Tavola di Pier Matteo; «Pittura; tavola a tempra, esistente entro il Convento sopra il cancello dell'infermeria, che rappresenta S.Antonio Abate. Siede il Santo in seggio riccamente architettato; ambi figurano su campo dorato e a sinistra in basso vedesi un piccolo porco- Opera condotta con singolare maestria; sono belle le proporzioni della figura; buono il colorito, ricche e ben piegate le vesti, austero e nobile il collo ed il tutto risalta l'eccellenza del disegno; Alta M. 175; in condizioni buone» 46. Intorno a questi anni, la tavola potrebbe essere stata requisita e portata all'interno del Palazzo Comunale (ex Palazzo Cansacchi) che negli anni si stava trasformando in un grande deposito di straordinario valore per la città. (Fig. 5)



Fig. 5 - Piermatteo Manfredi d'Amelia, Sant'Antonio Abate, 1475, dettaglio sul maialino di cinta senese o cinghiato di Norcia, foto cortesia comune di Amelia Foto @copy; di Giovanni Bussetti
Fig. 5 - Piermatteo Manfredi d'Amelia, Sant'Antonio Abate
1475, dettaglio sul maialino di cinta senese o cinghiato di Norcia
Foto cortesia comune di Amelia - Foto @copy; di Giovanni Bussetti

Un museo all'avanguardia

L'intero percorso museale è interamente fruibile per le persone con disabilità, infatti, oltre ai grandi e spaziosi ambienti dove muoversi, è presente un grande ascensore che porta a tutti i piani che altrimenti sarebbero raggiungibili solo grazie a una grande scalinata. Oltre alla grande e prestigiosa storia il museo ospita un segmento interamente dedicato al laboratorio didattico, l'Archeospazio, un'aula didattica realizzata nel 2013 dedicata ai ragazzi, alle famiglie e alle scuole, dove giocando insieme all'operatore museale si approfondisce e si studia in modo creativo, diverso dallo studio sui libri, l'archeologia e la storia romana delle città. Lo spazio dove si impara l'archeologia e la storia antica utilizzata sia con le scuole e gli operatori, oppure come una stanza aperta dove le famiglie possono intrattenersi con i propri figli imparando i giochi degli antichi romani o ricostruire le mura come un puzzle. Con l'ausilio di strumenti installati nella sala è possibile toccare con la mano l'abbigliamento dell'epoca e conoscere i passatempi o altre curiosità. Inoltre, è stata realizzata una mappa che si ispira al video su Ameria e consente alle famiglie di girare la città in autonomia. Durante l'emergenza da pandemia Covid-19 prenotandosi attraverso il sito del museo, la struttura proponeva alle scuole delle visite virtuali dove i ragazzi potevano stare veramente dentro il museo, specifica sulla statua del germanico, oppure sono stati realizzati degli approfondimenti con didattica a distanza con lezioni teoriche sugli antichi romani.

Il polo si è arricchito di alcune installazioni multimediali ed immersive con l'aiuto delle musiche, delle immagini e della voce del narratore che racconta le gesta e le vicende legate al generale; la prima installazione, posta in una zona mostra dal titolo «Germanico Cesare …a un passo dall'impero» inaugurata nel 2019 in occasione del bimillenario della sua morte con lo scopo di immergere il visitatore nella vita e nelle opere che hanno celebrato le gesta di Germanico, la seconda dal titolo «Ameria» che racconta l'evoluzione della città romana ricostruendola com'era visibile grazie ad un televisore e la terza, dietro la statua del Germanico che racconta le vicende del generale attraverso un video immersivo. Lo spazio riesce a garantire anche l'allestimento di personali e piccole mostre come, ad esempio, quella su Piermatteo d'Amelia e il Rinascimento nell'Umbria meridionale Dal 12 dicembre al 2009 al 2 maggio 2010 Rubens, allegoria della fede, la sibilla persica dal 14 ottobre 2016 all'8 gennaio 2017 dove l'opera inedita è stata posta su una parete rossa della pinacoteca. Quella di Luciano Ventrone con Matrix, oltre la realtà dal 5 agosto 2017 al 25 febbraio 2018, con oltre trenta dipinti del maestro. Aristodemo Zingarini, pittore d'Amelia dall' 8 aprile al 22 maggio 2023, dove si riscopre la figura del celebre amerino che ha immortalato nei suoi dipinti, esposti tra i reperti archeologici, persone e paesaggi, oggi in varie collezioni private di cui due alla Galleria Nazionale dell'Umbria. Il museo non deve essere visto come un deposito, ma come un luogo di studio dove si possono ampliare le proprie conoscenze e le curiosità, infatti oggi il museo si è arricchito anche grazie all'utilizzo di un proprio sito web https://ameliamusei.it/ che nella «Home» presenta le seguenti voci: Eventi (con la programmazione dei vari appuntamenti in cui anche il museo è coinvolto); Musei (con i vari siti del circuito museale, gli orari di apertura e i contatti di riferimento); Esperienze & Tour (dove si possono prenotare le visite per vari siti); Scuole & Famiglie (dove si possono prenotare visite guidate per le scuole o le famiglie, oppure fare delle attività laboratoriali, legate all'Archeospazio); Biglietto circuito (si elencano i prezzi dei vari biglietti o le varie attività); La città (un breve elenco di dodici tappe per conoscere la città e i suoi monumenti); Ospitalità (presenta un elenco di varie strutture ricettive o di aziende locali dove gli ospiti di queste strutture possono usufruire di una convenzione con Sistema Museo, richiedendo il voucher per visitare il Circuito Museale. Lo stesso discorso vale per chi presenta le seguenti tessere: Touring Club, FAI, Torre dodecagonale, Circuito Ambienti Medievali di Narni, Area Archeologica di Otricoli, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, Narni Sotterranea, Pozzo di San Patrizio di Orvieto, Cascata delle Marmore); Podcast (un'area riservata per ascoltare varie storie su argomenti che riguardano la storia della città come, l'Intervista a Marcello Barbanera in Il Germanico al museo di Amelia.


Il circolo culturale Don Vincenzo Luchetti

In Umbria esistono vari musei della civiltà contadina che raccontano tramite gli antichi oggetti il microcosmo di quelle case rurali autosufficienti con la stalla al piano terreno, l'abitazione al primo piano munita di cucina, camera da letto e a volte il bagno, e la soffitta in genere adibita a granaio, oggi quasi scomparse. Questa stagione terminerà nell'immediato dopoguerra quando tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni SesSanta a causa dell'esodo massiccio dalle campagne verso le città per il crescente sviluppo economico, arrestando la ricerca di quel cibo lento, affermato poi dalla nascita del primo fast food. A questo, si andrà a contrapporre la nascita nel 1986 del movimento Slow Food, fondato da Carlo Petrini, per la tutela del cibo e delle tradizioni locali.

A Castel dell'Aquila 47 , frazione del comune di Montecastrilli, il circolo culturale “Don Vincenzo Luchetti” aiutato dalla comunità, ha recuperato la propria storia attraverso la costruzione di una mostra permanente della civiltà contadina con circa 3.500 utensili inventariati provenienti dalle famiglie del luogo che ha come asse tematico la cultura del "riutilizzo". La spinta del gruppo è iniziata per valorizzare e mostrare le proprie radici passate che non possono essere perse o tramandate solo dai libri. Così Cristina Foiani, in una testimonianza, spiega il lavoro svolto: «Abbiamo pensato di raccogliere gli oggetti delle soffitte, a gruppetti, il pomeriggio, andavamo nelle soffitte delle famiglie, per cercare oggetti e materiali, poi la sera ci dedicavamo a lavarli e a custodirli in attesa di poterli mettere in mostra». L'esposizione permanente degli «Arnesi e strumenti della civiltà contadina», progettata nel 1985 e ubicata dal 1989 (anno dell'inaugurazione) stabilmente all'interno dei locali della scuola media del paese, arricchita da diverse fotografie d'epoca, comprendeva: un grande ambiente diviso in cinque sale tematiche dove la prima sala conteneva gli arnesi per i lavori esterni, la seconda era dedicata agli ambienti della cucina con il ciclo produttivo del pane, del vino e del formaggio, la terza con gli ambienti delle camere da letto e il bucato, la quarta dedicata agli ambienti femminili e un'ultima sala tematica con i mestieri più gettonati ad esempio: il fabbro, il calzolaio, il boscaiolo. Momentaneamente, a causa di esigenze dovute alla struttura, la mostra è in attesa di essere collocata in un nuovo luogo. Un articolo del “Corriere dell'Umbria” del 29 maggio 1989 dal titolo «A Castel dell'Aquila un'esposizione sugli strumenti della civiltà contadina» riporta quanto affermò nel suo intervento, l'allora presidente della provincia di Terni Zefferino Cerquaglia: «Le certezze del passato devono contribuire a rafforzare l'impegno nella costruzione del presente e dell'immediato futuro» soffermandosi sulla ricerca delle proprie radici socio-culturali e la progettazione di una nuova Europa. Questa mostra sulla civiltà contadina è stata il trampolino di lancio per la realizzazione di un nuovo spazio, dedicato ad un altro stile di vita contrapposto. La svolta avviene quando Irene Barcherini 48, dopo aver contribuito, come altre famiglie, a donare gli antichi utensili e oggetti al circolo per la realizzazione della mostra sulla civiltà contadina, capendo che al giorno d'oggi quegli antichi utensili erano apprezzati e valorizzati, decide di donare svariati oggetti e altre realtà inerenti alla storia della propria famiglia che rispecchia a pieno lo stile di vita borghese. Questi oggetti, invece che essere stati cancellati dal passato, vennero conservati da svariati anni, proprio dalla signora Irene e provengono dalle varie case di proprietà come Frattuccia, Collicello, Amelia e Roma. Oggi il museo, inaugurato il 16 aprile 2016 alla presenza del sindaco Fabio Angelucci, del GAL ternano, delle autorità comunali e provinciali, sorge fuori le mura di Castel dell'Aquila, all'interno del parco Venere. Inizialmente, la struttura, ad opera del comune di Montecastrilli, doveva ospitare il museo della civiltà contadina ma dato che il locale non era stato costruito in modo funzionale 49 , il circolo culturale, visto i tanti oggetti della signora Irene, decise di realizzare in quell'ambiente una sezione distaccata, realizzando il museo della “civiltà borghese” che prese il nome di CIT (centro informazioni del territorio). Lo spazio venne diviso in settori che oggi ripercorrono i vari ambienti e stili di vita di una famiglia aristocratica, in questo caso, la famiglia Barcherini. Ad attirare da subito l'occhio del visitatore sono di certo gli abiti delle nozze dei genitori di Irene oltre che ad una serie di oggetti quali cappelli, vestiti e persino un costume da bagno, foto d'epoca e santini, oggetti di vita quotidiana anteposta a quella contadina come, ad esempio, le porcellane inglesi o i ricordi dei tanti viaggi di famiglia. Quella del circolo culturale “Don Vincenzo Luchetti” è una storia di speranza e resilienza di un territorio che non abbandona le proprie radici e semina grano in attesa che venga (si spera presto) la buona stagione per il raccolto, a beneficio di tutta la comunità e tutto il comprensorio Amerino. Sarebbe ora che un'istituzione quale il comune (in primis) la Regione o la provincia possa pubblicizzare ed aiutare concretamente questa realtà che è un prestigioso presidio culturale per la valle del Fosso Grande 50 e per tutto il comprensorio amerino. Rimane comunque l'amaro in bocca sentendo il Prof. Giuseppe Maccaglia ricordare San Giovanni Battista nel deserto che predicava l'arrivo del signore «Vox clamantis in deserto» ma era una voce che gridava nel deserto, chi poteva ascoltarla?


Valorizzare il territorio

Amelia, oltre ad essere una delle città più antiche d'Italia, è certamente una perla dell'Umbria e di questa nazione, e come tale, va tutelata in ogni minimo aspetto. Amelia è come una bella poesia, una città magica che ti fa perdere nei propri vicoli tra chiese e palazzi, tra case popolari e ville, tra ruderi e rovine romane, fatta di salite e ripide discese. Il paesaggio che custodisce questo agglomerato urbano, sempre in continuo movimento dall'attività dell'uomo che cambia i colori della campagna tramite le coltivazioni dei cereali e il lento cambio delle stagioni. Lo scopo di questo testo vuole essere quello di far scoprire una piccola città umbra e un territorio ricco di tradizioni e folklore, con un grande potenziale per il futuro; una piccola “val d'orcia” nel sud dell'Umbria che negli ultimi anni sta iniziando a fare dei grandi passi in avanti, capendo che la cultura conservata nei musei, nei palazzi e nelle chiese deve andare a stretto contatto con gli artigiani, gli agricoltori e le varie strutture del luogo, capaci di creare una sinergia tale da avere in futuro un territorio ricco dove la gente decide di rimanere a vivere e a lavorare. Sarebbe dunque giusto, riniziare a pensare gli spazi museali e la valorizzazione dei vari siti chiusi o in decadimento, avendo così un'offerta culturale più ampia che permetta di attrarre più turisti possibili, stimolando anche l'economia locale, prevalentemente organizzata da artigiani, agricoltori e attività turistiche, tre elementi che costituiscono la base della locomotiva economica di questa zona. Amelia ha un ottimo museo archeologico al passo con i tempi e una semplice pinacoteca; la città ha un grande patrimonio che non riesce a mettere in mostra, si pensi ad esempio ai tanti manoscritti, documenti, ai vari oggetti o vestiari provenienti dalle chiese, perché non mettere in mostra tutto questo tesoro? davvero il passato è tutto scomparso o non si può mettere in mostra perché sono presenti dei vincoli? Credo che rovistando nelle cantine, nei soffitti dei palazzi o nelle chiese di competenza del comune, della diocesi o di liberi cittadini che vogliano donare dei beni alla comunità, si possa trovare molto della storia passata di questa città che, invece di andare persa o finire nelle mani di un rivenditore, potrebbe essere custodita nel museo. Un museo locale, come questo di Amelia, deve poter raccontare tutta la storia della città, arrivando sino ai nostri giorni, magari inserendo persino i pittori novecenteschi e quelli contemporanei. Il museo e tutto il complesso di San Francesco ha bisogno di essere più vivo e magari una soluzione potrebbe essere quella che in futuro la biblioteca comunale 51 possa comunicare, tramite l'apertura di una porta, con l'attuale chiostro Boccarini, per rendere il polo più attrattivo e completo. Ad oggi si potrebbe pensare ad un'installazione permanente su Piermatteo che racconti l'artista a tutto tondo con le sue opere sparse nel mondo e i suoi affreschi presenti ancora sul territorio, perché questa città deve saper valorizzare e far conoscere a pieno il suo miglior artista che altrimenti sembra essere dimenticato e scarsamente considerato, cosa che, come cittadini, non possiamo in nessun modo permetterci.

Questa città ha bisogno di amore, di essere conservata così com'è, spetta a noi, giovani e meno giovani, l'azione di valorizzare quello che abbiamo e di renderlo accessibile a quanti vogliano visitare, studiare e apprezzare la bellezza che i nostri avi ci hanno lasciato. Si può pensare, come scritto all'inizio di questo testo, al fatto di poter realizzare in futuro, le cosiddette «Sale d'arte», riconvertendo un'abitazione all'interno dei vari centri storici o abitazioni in campagna oppure anche una grande stanza o altro luogo, realizzando un piccolo spazio pubblico, anche destinato a ospitare piccole mostre o altri eventi, con lo scopo di conservare la storia del luogo, mettendo in mostra anche oggetti di vita. Al 2023 Amelia è esente dalla grande omologazione di massa delle grandi città europee che prediligono le grandi catene di abbigliamento o fast food, più che una città è un grande paese a misura d'uomo, dove si trovano ancora gli artigiani con le proprie botteghe e si vendono i prodotti alimentari a Km 0. Amelia è il fulcro sociale e turistico di questo comprensorio ed è proprio da questa città che dovrebbe partire un'offerta museale degna della sua storia; per questo, necessita anche di una struttura museale più ampia che potrebbe trovare spazio in un altro palazzo, magari già di proprietà pubblica. La raccolta civica potrebbe allargarsi ad altri reperti, come documenti e mappe d'archivio, vecchi libri come quello sugli statuti trecenteschi, vestiari sacri, altri dipinti o strappi di affreschi da vecchie chiese in rovina per cercare di recuperare il salvabile. Quando una città diventa attrattiva con una vasta offerta museale che arriva sino al Novecento o addirittura al contemporaneo, allora si riescono ad intercettare una vasta gamma di possibili persone, studiosi e turisti che sarebbero attirati da questo luogo. Ad esempio, si potrebbe iniziare da un semplice inserimento di targhette nei dipinti delle chiese che riportino i dati essenziali in merito all'opera che si sta osservando come accade già nella Concattedrale di San Giovenale a Narni.

Si potrebbe anche prendere spunto da quello che è stato già fatto a Todi, dove la cripta della concattedrale della Santissima Annunziata è stata adibita a luogo espositivo; ad Amelia tutti gli oggetti sacri quali: ostensori, reliquiari, ampolle, pisside e calici, croci, croce a stile, candelieri, incensiere, libri sacri e vestiari non potrebbero essere conservati in teche di vetro ed essere esposte? Perché ancora oggi si fatica a capire che l'arte e la cultura di una città dovrebbero essere visibili a tutti i cittadini e che la loro fruizione potrebbe portare ad un guadagno e quindi lavoro, turismo, trasmissione di conoscenza, attivando così un flusso e un circolo economico che aiuterebbe a sostentare anche le opere di restauro e messa in sicurezza? Basta entrare in alcune chiese del territorio dove molti oggetti sacri, stampe o libri sono abbandonati a loro stessi, lasciati in stato di degrado (specie l'umidità, la muffa, la polvere o i tarli che danneggiano irreparabilmente quell'opera), questo non per colpa dei sacerdoti o della diocesi, ma semmai per la mancanza di sacerdoti e la chiusura, durante la settimana, delle canoniche e delle chiese. «Una volta -spiega il pittore Severino Della Rosa in un incontro nel Duomo di Amelia- quando si rovinava un pezzo di muro, andavo io stesso con il pennello a riparare la fessura. Un tempo si dava più accuratezza alle cose, ora invece, sembra che non importi più nulla a nessuno 52 » e di fatti, non ha tutti i torti, basti guardare la zona laterale della facciata del Duomo, in direzione della torre civica, dove da alcuni anni, dopo il lungo restauro terminato nel 2016, una grondaia, a causa del vento, si è già piegata, facendo ricadere tutta l'acqua sulle tegole delle cappelle che con il tempo si sono (per giunta) deteriorate.

Le muse, divinità greche femminili che grazie al loro canto custodivano la cultura e le arti per non farle dimenticare nel tempo, di certo, oggi potrebbero risiedere negli odierni musei, luoghi stabili dove far ispirare colui che vi si addentra per conoscere delle storie fatte di materia concreta come le statue o le tele. Certamente si potrebbe scrivere che ad Amelia le giovani muse vivono nel museo ma rimangono nascoste; la questione è quella legata ai dipinti di epoca novecentesca della collezione Conti-Palladini. Era il 1987 quando Luciana Conti, vedova di Aldo Paladini, donò al Comune di Amelia la sua collezione di beni mobili, tra cui alcuni quadri di valore e numerosissimi libri di notevole interesse culturale che donandole alla comunità hanno dimostrato un grandissimo gesto d'amore per la città. «...io sottoscritta Luciana Conti vedova Palladini, nelle mie piene facoltà mentali, esprimo qui le mie ultime volontà...lascio...al Comune di Amelia tutti i quadri appesi in camera mia, nel saloncino e in sala da pranzo. Sono tutti di gran valore, comprati nelle gallerie di Milano e Roma o direttamente negli studi degli stessi artisti… 53 ».

In riconoscenza di ciò alla famiglia Conti Paladini è stata intitolata una sala della Biblioteca Comunale di Amelia. Le opere in questione sono di: Luigi Bartolini, Il pesatore, 1945 circa, stampa: acquaforte e puntasecca, cm. 35 X 25; Piero Marussig, Natura morta, 1930 circa, olio su tela, cm. 50 X 30; Massimo Campigli, Donna con aureola, 1960 circa, carboncino su carta, cm. 75 X 55; Filippo De Pisis, Natura morta, 1930 circa, olio su tela, cm. 45 X 70; Mino Maccari, Ritratto di donna, 1950 circa, olio su tela, cm. 34 X 34; Mino Maccari, figure e figuranti, 1950 circa, olio su tela, cm. 34 X 34; Carlo Levi, Interno di cella, 1934, olio su tela, cm. 35 X 77; Carlo Levi, Ritratto di donna, 1930 circa, olio su tela, cm. 42 X 32; Carlo Levi, L'artista stanco, 1930 circa, olio su tela, cm. 35 X 45; Corrado Cagli, Vaso di girasoli, 1936 circa, olio su tela, cm. 60 X 50; Fausto Pirandello, Le lavandaie, 1940 circa, olio su tela, cm. 109 X 92; Giuseppe Capogrossi, Profilo pensiero di donna, 1938, penna e inchiostro su carta, cm. 34 X 34; Giovanni Omiccioli, Terrazze, 1945, penna e matita su carta, cm. 34 X 36; Arnaldo Ciarrocchi, Piazza Navona, 1940, calcografia, cm. 27 X 42; Giacomo Manzù, Uomo con anatra, 1930, puntasecca, cm. 25 X 30; Antonio Corpora, Ritratto di donna seduta, 1947 circa, penna e inchiostro su carta, cm. 26 X 18; Emilio Greco, Nudo, 1960, penna e inchiostro su carta, cm. 35 X 22; Renzo Vespignani, Testa equina, 1960 circa, cromo calcografia, cm. 35 X 22; Cesare Zavattini, Clown, 1970 circa, tempera su tavola; Cesare Zavattini, Tavolinetto da salotto, 1970 circa, tempera acquerellata su carta.

Tutti questi artisti hanno segnato la storia del ‘900 e rappresentano un percorso articolato di correnti e espressioni artistiche diverse nel colore, nella linea, nella forma e nell'armonia. Certo, questa eccezionale donazione avrebbe potuto arricchire la pinacoteca e invece furono resi visibili al pubblico solo tra il 17 dicembre 2005 e il 27 maggio 2006 in una mostra dal titolo “Amelia e i maestri del Novecento” e dal 1° agosto al 15 settembre 2019 in occasione del periodo estivo e del Palio dei Colombi, nella sala mostra del Museo Archeologico dove la mostra si arricchì anche di oggetti d'arredo e piccole sculture, esposte per la prima volta. Ad oggi si potrebbe pensare di collocare questi dipinti, temporaneamente, nel piano nobile di palazzo Petrignani, garantendo così una continua riscoperta e fruibilità visiva di queste opere che altrimenti rimarrebbero nascoste; ma muse così belle, non possono rimanere lontane dalla vista dell'uomo.

Quando verrà creato un nuovo spazio museale più ampio che riesca ad accogliere queste opere, e quando verrà creato un percorso che vada dal medioevo al ‘900, allora, l'offerta della pinacoteca sarà più esaustiva. Come è successo per Aristodemo Zingari, Podestà e pittore novecentesco Amerino, riscoperto grazie alla mostra "Aristodemo Zingarini, pittore amerino" svolta dall' 8 aprile al 22 maggio 2023, dove la pinacoteca e parte del museo archeologico sono stati trasformati in un'area mostra con dipinti dell'autore, proveniente da collezioni di privati cittadini (di cui, due opere in custodia alla Galleria Nazionale dell'Umbria); anche per il pittore Antonio Mancini (1852-1930), che anziano, soggiornò ad Amelia, ospite a Villa San Giovanni dove dipinse alcuni quadri, la città, secondo il maestro Severino Della Rosa, potrebbe essere florida di alcune opere e se in futuro si venisse a delineare una seria pinacoteca, allora, qualche cittadino, seguendo l'esempio dei Conti-Palladini, potrebbe donarle in mano alla città.

Il maestro Della Rosa conserva nella sua piccola collezione privata, opere di artisti recenti e di alcuni che hanno soggiornato nel passato ad Amelia, oltre a svariati antichi oggetti. Secondo il maestro, anche altri cittadini potrebbero conservare nelle proprie abitazioni, opere di artisti che soggiornarono in città, raffigurando paesaggi o volti di persone ormai scompare. Se in futuro, ci fosse la possibilità di ampliare la pinacoteca o restaurare e creare uno nuovo spazio per la conservazione dei dipinti e degli altri manufatti (oggi esposti nell'ultimo piano del museo E. Rosa) anche il maestro, sarebbe disposto a donare alcune opere per far sí che la collezione si ampli.

Oggi il comprensorio amerino si può definire come un territorio in fermento che grazie alla valorizzazione culturale, sentieristica, sportiva e gastronomica, può guardare al futuro, mantenendo vive le proprie tradizioni, l'amore per questa terra e per i suoi beni culturali, cercando di mantenere attive e fiorenti le città e i borghi che animano e rendono vivo tutto il paesaggio con il suo tessuto sociale e culturale.

                    
                    
                    
                    
                    
                    
                    
                    
                    
                    
                    

NOTE

1 Estratto della Tesi di laurea triennale in Storia dell'Arte: Amelia, il circuito museale, un territorio da valorizzare discussa il 9 gennaio 2024 presso Sapienza Università di Roma, Dipartimento SARAS - Sez. arte, Relatore: Stefano COLONNA; Tutor: Veronica Panfili.

2 Una sala d'arte è presente a Castiglione d'Orcia, con sede nell'ex oratorio di San Giovanni Battista risalente al XVI- inizi del XVII secolo che custodisce tre splendide Madonne col Bambino, Capolavori della scuola senese dei secoli XIV e XV quali: Simone Martini, Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta e Giovanni di Paolo.

3 Il ritratto, di altissima qualità, che ha consentito di identificare la statua come Germanico, appartiene al cosiddetto tipo Gabii (che prende nome da una statua di Germanico da Gabii, ora al Louvre).

4 ROCCO 2008. p. 493.

5 EAD. 2008. p. 667.

6 Germanico 2019. p. 223.

7 ROCCO 2008. Pp. 126-127.

8 Germanico 2019. P. 127 (già in Cadario 2011 e Pollini 2017, p. 432).

9 ROCCO 2008. Pp. 668-669.

10 EAD. 2008. p. 499.

11 EAD. 2008. p. 514.

12 EAD. 2008. p. 498.

13 Si veda in Link.

14 Germanico 1987. p. 17.

15 Germanico 1987. p. 18, già in Prosopographia Imperii Romani J 221.

16 Germanico 1987. p. 18, già in Cass. Dio., LVI, 25, 2-3.

17 Germanico 1987. p. 18, già in Tac. Ann., I, 3, 5.

18 Ma Eracle, un Druso germanico, impose otto legioni sul Reno e ordinò che fossero adottate da Tiberio, sebbene fosse un figlio giovane nella casa di Tiberio, ma con il quale avrebbe potuto stare con più fortificazioni. A quel tempo non era sopravvissuta guerra se non contro i Germani, i quali erano più infami per aver perso un esercito con Quintilio Varo che per il desiderio di far avanzare l'impero o di esserne degni. Tacito, Annales, I, 3, 5.

19 Germanico 1987. p. 18.

20 Germanico 1987. p. 18 già in Ibidem, 69-73; III, 3-4.

21 A Spoleto nel 23 d.C. viene eretto un arco in onore di Druso minore e Germanico mentre un altro è presente a Saintes (Francia) eretto tra il 18 e 19 d.C. per Tiberio, suo figlio Druso minore e suo nipote nonché figlio adottivo Germanico.

22 Si veda Link

23 Si veda in Katatexilux: https://www.katatexilux.com/ameria

24 Ad Amelia, in occasione delle celebrazioni del Cinquecentenario della morte (1524-2024) di Alessandro Geraldini, primo vescovo residente di Santo Domingo, il giorno 30 e 31 agosto 2023, l'ambasciatore della Repubblica Dominicana presso la Santa Sede, il dott. Luis Emilio Montalvo Arzeno è stato accolto in città dal vescovo Francesco Antonio Soddu, il sindaco di Amelia Laura Pernazza, il Sottosegretario agli Esteri Maria Tripodi, i tamburini della Contrada Collis e degli sbandieratori città di Amelia, che si sono esibiti in un breve spettacolo. Il vescovo Soddu ha dato il benvenuto all'ambasciatore, esprimendo una forte soddisfazione per l'avvio di un biennio Geraldiniano che ricorderà la figura dell'evangelizzatore presso il nuovo mondo.

25 MANGIA 2021, p. 135.

26 Purtroppo, oggi, il resto dell'iscrizione è andato perduto ma fortunatamente era ancora visibile nel 1872, quando Mariano Guardabassi, accademico perugino, riuscì a leggervi il nome dell'autore: Agrestus Forlivensis. Nel libro Livio Agresti detto il Ricciutino, pittore forlivese del Cinquecento, conservato presso la biblioteca comunale di Amelia, a pagina 27, si legge che l'autore leggeva per esteso la scritta «Livius Agrestus Foroliviensis Faciebat 1557».

27 SANTINI 1999, p. 76.

28 Forse Duccio di Buoninsegna (1278-1319).

29 FRATINI 1990, p. 138.

30 Sacra Bibbia, Giovanni 19:25.

31 VIGNOLI 2015, p. 188.

32 Antonio da Orvieto 1717, pp. 314.

33 VIGNOLI 2015, pp. 197-198.

34 EAD. 2015, p. 198, Felicetti 1996, pp. 250-251.

35 MANGIA 2021, p. 112.

36 La Questua era la raccolta di oblazioni, l'atto di andare casa per casa a elemosinare offerte, qualche soldo o del cibo esercitato soprattutto dagli ordini che aspiravano alla penitenza o al voto di povertà.

37 RICCI 2009 ITINERARI, p. 48.

38 ID 2009, p. 56.

39 STRINATI 1995, p. 335.

40 Le prime tracce storiche sul maiale di cinta senese si trovano in un affresco del 1337-1339 di Ambrogio Lorenzetti nel palazzo pubblico di Siena, nella sala dei Nove dal titolo «Effetti del Buon Governo sulla città e sul contado».

41 Il convento in pessime condizioni necessita di un urgente restauro.

42 si veda in Link.

43 DELLA ROSA 2021, p. 23.

44 Sembra che Piermatteo a Cascia abbia avuto un fratello, si tratterebbe di frate Bernardino da Cascia.

45 Si veda in: Link.

46 Si veda in: Link.

47 Il Consiglio pastorale del paese è stato in grado di realizzare anche un museo parrocchiale per custodire le opere ecclesiastiche più preziose.

48 Sul territorio Amerino, la famiglia Barcherini aveva a disposizione circa cento poderi e godeva di uno stile di vita elevato. Nella concattedrale di Amelia, è presente anche una tomba di famiglia.

49 La struttura non era stata divisa con alcune stanze per ricreare la cucina, le camere da letto e le altre stanze di una casa rurale.

50 La Valle del Fosso Grande comprende i paesi ad est dei monti Amerini attraversati dal Rio Grande: Morre, Melezzole, Toscolano, Santa Restituta, Castel dell'Aquila, Avigliano Umbro, Frattuccia, Collicello, Sambucetole e Amelia.

51 Ad oggi la biblioteca comunale ha un accesso che dà su largo caduti di Nassiriya e Kabul mentre per accedere al museo si passa per il chiostro Boccarini. Entrambi i siti sono però comunicanti al primo piano tramite il corridoio dell'archivio storico che ovviamente, viene aperto solo in diverse circostanze.

52 Severino della Rosa - testimonianza.

53 Amelia 2005, p. 11. Nell'intervento dell'allora assessore alla cultura del comune di Amelia Valli Nicoletta.

                      
                      
                      
                      

BIBLIOGRAFIA

Amelia 2005
Amelia e i maestri del Novecento (catalogo della mostra, Amelia, 17 dicembre 2005- 27 maggio 2006), a cura del Prof. Alberto D'Atanasio, Spoleto, Tipolitografia “Nuova Eliografia”, 2005.

DELLA ROSA 2021
Franco DELLA ROSA,
Piermatteo Manfredi e la pala dei Geraldini, Gruppo ricerca fotografica, tipografia Press, 2021.

FRATINI 1990
Corrado FRATINI,
Pittori dell'area ternana fra la fine del ‘300 e l'inizio del ‘400 in Dall'Albornoz all'età dei Borgia: questioni di cultura figurativa nell'Umbria meridionale (Atti del convegno, Amelia, 1-2-3 ottobre 1987) Amelia, Ediart, 1990.

Germanico 1987
Il volto di Germanico (Catalogo della mostra, Amelia, 7 ottobre 1987 - 8 dicembre 1987), a cura di Anna Eugenia Feruglio, Roberto de Rubertis, Adriana Soletti, 1987.

Germanico 2019
Marcello Barbanera, Germanico Cesare, a un passo dall'impero (Atti del convegno, Amelia, Museo archeologico e pinacoteca, 24-25 maggio 2019) Perugia, Aguaplano, 2020.

MANGIA 2021
Paola MANGIA, Amelia e le arti, Roma, De Luca editori d'arte, 2021.

RICCI 2009 Itinerari
S. RICCI, M.L. MORONI, A. NOVELLI, L. VIGNOLI, F. MARCELLI, F. ORTENZI,L. CASTRICHINI, A. CANNISTRÀ, L. ANDREANI, G. CASSIO (S. RICCI. a cura di), Pier Matteo d'Amelia e il Rinascimento, Itinerari in Umbria, Silvana Editoriale, 2009.

ROCCO 2008
Giulia ROCCO, La statua bronzea con ritratto di Germanico da Ameria (Umbria), in “Atti della accademia nazionale dei Lincei". Rendiconti della classe di scienze morali, storiche e filologiche”, 2008, S. 9, fasc. 2, vol. 23, pp. [493] -750.

SANTINI 1999
Loretta SANTINI, Guida di Amelia e dell'amerino, Perugia, Quattroemme Editore, 1999.

STRINATI 1995
Claudio STRINATI, La dignità del casato: il salotto dipinto di Palazzo Farnese, con Ingeborg Walter, Roma, Edizioni dell'Elefante, 1995.

VIGNOLI 2015
Lucilla VIGNOLI, Piermatteo d'Amelia un maestro umbro tra Firenze e Roma, Perugia, Fabrizio Fabbri editore, 2015.


                      
                      
                      

SITOGRAFIA

Università La Sapienza
Link
ultima visita 8 marzo 2023.

Sito mostra bimillenario dalla morte di Germanico
Link
ultima visita 8 maggio 2023.

Katatexilux
Link
ultima visita 10 maggio 2023.

Fondazione Zeri
Link
ultima visita 14 maggio 2023.

Convento di San Giovanni Battista di Amelia
Link
ultima visita 9 maggio 2023.

Perugia, Biblioteca comunale Augusta, Manoscritti, ms.2237 (Schede Guardabassi in Internet Culturale, biblioteca digitale italiana)
Link ultima visita 10 maggio 2023.

                    
                    
                    
PDF
QrCode

Contributo valutato da due referees anonimi nel rispetto delle finalità scientifiche, informative, creative e culturali storico-artistiche della rivista

Risali

BTA copyright MECENATI Mail to www@bta.it