Caro Ludovico,
chi ha avuto pensieri, sogni,
occhi così grandi come i tuoi non muore, veramente, mai. Resta, nella sua
eredità immensa.
Quel giorno in cui sono arrivata
al Baglio tu eri giusto all’ingresso del vialetto d’entrata. C’era il caldo di
mezzogiorno e tu eri là, sulla strada, elegantissimo, con una giacca bianca, di
chissà quale viaggio in paesi lontani, ed un sorriso grande.
La visita cominciava sotto una
stella speciale, la terza per la precisione: la prima era stata quella di
Pietro Consagra alle porte del Belìce, la seconda quella di Arnaldo Pomodoro
dal logo della Fondazione, la terza quella invisibile sulla tua fronte
abbacinata dal sole che, sullo stesso meridiano mediterraneo di Oreste,
illumina le menti di chi per ragioni imperscrutabili si fa carico di un compito
così difficile come quello di rifondare città, cambiare le sorti degli uomini e
della terra. Così ho appreso il concilio
degli astri notturni, fulgenti signori cospicui nel cielo, quelli che ai
mortali portano gelo e ardore, e quando tramontano è il sorgere di essi, si
recita all’inizio dell’Oresteia.
Quando ho letto l’orazione che
hai scritto in onore di Consagra, ho pensato proprio a quelle stelle di Eschilo
che, al momento del crepuscolo, sorgono
e mi sono chiesta: Quanti sanno seguire quella scia luminosa ? Con quali
strumenti si coltiva quest’eredità piovuta dal cielo e seminata per i campi ?
Chi ci pensa al futuro ?
Sui sentieri del Cretto di
Alberto Burri, enormi ferite con cui la terra piangeva i suoi morti, il sole
disegnava le ombre della scultura insieme a quelle dei viandanti di passaggio e
a quelle di chi aveva abitato quei luoghi prima del terremoto. Sarà tutto quel
vento che soffia sul Belìce o l’eco dei sussurri che dalla cima della collina
si spandono fino a valle ma quelle ombre mi è sembrato di sentirle parlare, di
quel dialetto nostro più dolce di una ninnananna, del greco antico dei padri,
del latino dei conquistatori, dell’esperanto con cui parlano gli artisti, per
immagini universali, come quello di Sciascia, Levi, Guttuso, Caruso, Pomodoro,
Isgrò, Cage, Beuys, Schifano, Buttitta, Scialoja, Xenakis, Sa’di Yusuf, Meddeb
e moltissimi altri. E ho avuto l’impressione che la pietra fremesse di nuovo al
ricordo delle prime Orestiadi e di quella macchina splendente, di legno e
vetroresina, l’unica con Sfera dentro e dunque l’unica, a differenza di quelle
di Agamennuni e di Egistu, da cui poteva sollevarsi il grido di Cassandra, Ahi sventure della città interamente
distrutta !
E sempre domande da fare a
non-so-chi venivano alle tempie, Chi si occuperà della manutenzione delle
sculture in paese ? Quando il Cretto tornerà bianco ? e quando gli spettacoli
ricominceranno a dare suono alle voci dentro a quelle ferite di cemento ?
Nell’estate del 1977, quando sono
nata, mentre nel resto della penisola cadevano i morti del terrorismo e si
preparavano le bombe delle stragi, anche in Sicilia il tempo era greve, ma
proprio in quei mesi nasceva il Candido di Sciascia e sorgeva la nuova
Gibellina.
Nel settembre: le prime cento
famiglie dalle baracche si trasferivano alle case vere, Consagra lavorava alle
sue Porte e Candido mentre dormiva parlava con i fantasmi, col segretario del
partito, con l’universo. Propriamente
parlò; e, come sdoppiato, ascoltandosi.
Era come un delirio: ma si poteva assomigliare, visivamente, a quelle
rovine di antiche costruzioni di cui nessun pezzo manca, solo che bisogna uno
ad uno alzarli e giustapporli. Compito cui siamo scarsamente adatti, non amando
nessuna specie di rovine.
[…] Possiamo dire solo questo: che dai frammenti che Candido raccontò e
si raccontò, restava un senso di gioia, di felicità che quella fine non
riusciva a turbare e intorbidare.
Soltanto i fatti contano, soltanto i fatti debbono contare. Noi siamo
quel che facciamo. Le intenzioni, specialmente se buone, e i rimorsi,
specialmente se giusti, ognuno, dentro di sé, può giocarseli come vuole, fino
alla disintegrazione, alla follia. Ma un fatto è un fatto: non ha
contraddizioni, non ha ambiguità, non contiene il diverso e il contrario.
Poi a Candido venne in mente una
frase del libro del Genesi e su questo pensiero soccorrevole, così come lo sono
i pensieri già da altri pensati, in certi momenti in cui i nostri vacillano,
stramazzò nel sonno. Alcune domande però, poi, da svegli, figliano altre domande
e altre ancora, Chi ci pensa al Futuro ? Chi li fa i Fatti ? Chi ci crede nei
Sogni ?
Mi sento sorella di Candido
Munafò e della Stella del Belìce, tutti e tre siamo siciliani e tutti e tre
abbiamo oggi trenta anni che non sono pochi ma non sono molti e di cose se ne
possono fare tante.
E, finalmente, dopo tutte le
domande, arriva una risposta. Al futuro dovrebbero pensarci i giovani, e i
fratelli e le sorelle di Gibellina e gli innamorati dell’Arte e tutti quelli
che hanno un mattoncino di sensibilità con cui costruire qualcosa, qualunque
cosa, purché sia di quella stessa materia degli astri notturni di Eschilo.
Caro Ludovico, se un’innamorata
dell’Arte t’incontra sulla sua strada, in una mattina di sole, potrebbe
cominciare a credere alle Stelle Invisibili e a cercare Bellezza, come hai
fatto tu, anche nei posti in cui era stata portata via.
A volte scrivo una parola e la
guardo brillare, come fanno i poeti e i bambini. Ho scritto il nome della
Fondazione e l’ho visto scintillare prima di luce propria e poi di quella di
altre parole luminose che dettavano frasi intere e poi racconti pieni di
speranza…
O R E S T I A D I brilla
di A R T E,
di S T O R I A,
dei R E S T I,
di ogni O R A,
dell’E S T R O… per dirne alcune,
e sempre brilla anche di giorno, seppure sotto il sole accecante di Sicilia, di
molti molti A S T R I…
Seguire la Stella è anche seguire
un segno, una luce, un pensiero. Il pensiero che il suo autore Pietro Consagra legava
alla terra, alla vita, al carattere che è
un diritto umano a non subire le sopraffazioni, è il patrimonio della propria
esistenza, la possibilità di scegliere e reagire con una propria coscienza che
proviene dai contatti umani, dagli oggetti vicini e sognati, dall’avversità e
dagli amori, dai propri sensi, dagli odori e dal tatto, dalla memoria dove si
attacca, dall’attenzione dove si posa, dalle voglie, dai desideri che si
rinnovano, dal cervello che fantastica, dalla sofferenza e
dall’accondiscendenza, dai genitori e dai fratelli, dagli amici, dai vicini di
casa, dai parenti, dalle letture, dalle identificazioni, dal piacere e dal
dolore, dal modo di sederti su un gradino, dal modo di correre e saltare, da
quello che ti piace guardare a quello che ti piace fare.
Così imboccando quella strada, a
sinistra della Stella, si percorre un viale alberato di palme e s’intravedono
subito il paese e le case. Poco dopo, sulla destra, c’è il sentiero d’ingresso
che s’inerpica sulla collina e conduce alla sede della Fondazione Orestiadi: il
Baglio Di Stefano.
In lontananza, accanto all’antico Baglio restaurato, si
riconosce la Montagna di Sale di Mimmo Paladino. L’opera rappresenta una
montagna che sta cedendo al crollo, trenta cavalli sono travolti dalla frana,
alcuni zampe all’aria e testa sotto, altri tentando un ultimo fiero sguardo all’orizzonte.
La Montagna
è una delle opere simbolo della Fondazione, realizzata per le Orestiadi del
1990 da uno dei più noti esponenti della Transavanguardia.
Il movimento, teorizzato alla fine degli anni Settanta del Novecento da Achille Bonito Oliva
(da diversi anni consulente del Museo delle Trame Mediterranee per la Sezione Arti Visive),
elencava tra gli aspetti salienti dell’attività creativa alcune finalità che
sono, anche, le stesse perseguite dalla Fondazione: la valorizzazione del
genius loci, delle radici locali e popolari; la volontà di liberarsi da
qualsiasi norma di potere dominante; il nomadismo degli artisti e la
commistione dei linguaggi; la predisposizione verso fenomeni marginali e
inattesi ma, anche, nei confronti del recupero di un artigianato pittorico, di
tecniche e simbologie iconografiche antiche.
Posta a Gibellina, la montagna che si sgretola evoca la terra che ha tremato travolgendo e, insieme, invoca la
forza di risollevarsi dalla catastrofe; mostra la capacità che ha l’arte di
conservare e continuare allo stesso tempo. En plein air, con altre opere di
Consagra, Cucchi, Leto, Romano, Briggs, Taravella, Legnaghi, Cuschera,
Canzoneri, Jacober (e, presto, con quella di Richard Long), fa della Fondazione
un’istallazione ‘totale’, capace di rivelare al visitatore uno spazio composito
e unico, che induce a una nuova organizzazione degli stati d’animo individuali,
delle memorie collettive, delle considerazioni sull’arte.
La Fondazione Orestiadi,
attraverso le molteplici attività culturali che propone (Museo, Teatro, Danza,
Musica, Poesia) crea una sinergia delle Arti che rappresenta un unicum in
Sicilia; vantando una tradizione di continuità e qualità che difficilmente
trova uguali nel resto d’Italia. Lo studio dello sconfinamento (e dell’integrazione,
soprattutto per quanto riguarda l’Arte contemporanea) di tutti i linguaggi
estetici risulta fondamentale per comprendere un intero periodo storico. I
luoghi che riescono a valorizzare questa sinergia sono preziosissimi per la
creazione di un’identità e per la diffusione di un forte messaggio culturale.
Germano Celant, tracciando delle previsioni sul Museo del futuro, scrive che, per
adeguarsi ai tempi d’evoluzione della società, deve necessariamente tenere in
grande considerazione l’incontro di tutti i linguaggi dell’arte. In questo, la
Fondazione sembra avere precorso i tempi, mescolando le arti, i segni, le
forme, l’antico e il moderno. Il Museo delle Trame Mediterranee conserva ogni
caratterizzazione della cultura, tenendo in grande considerazione anche quelle
a lungo considerate alterne o subordinate: la tradizione popolare,
l’artigianato, i segni del folklore, della festa, delle cerimonie più intime,
coesistono insieme a quelle più elevate di produzione alta (i manufatti della
cultura storico-artistica aulica, i simboli più importanti appartenenti alle
tre religioni monoteiste, le opere di grandi maestri). Le arti che, altrove,
vengono chiamate minori, i gioielli, i tessuti, le ceramiche, gli arredi,
abitano le sale insieme a quelle maggiori, i quadri, le sculture, le
istallazioni. L’arte anonima, antica o, fino a prima di arrivare lì, dispersa,
in territori lontani, s’incontra con quella più nota, a noi più vicina, di
pezzi importanti o di nomi illustri, riconosciuti dagli studiosi. L’allestimento
segue i motivi del Segno e della Forma, offrendo allo spettatore la possibilità
di comparazione tra le differenti produzioni dei popoli del Mediterraneo (che
attraversano l’Europa, sostano in Sicilia, migrano verso l’Africa e i paesi
arabi), permettendo di cogliere una matrice comune, una familiarità, un legame
di mare, prima che di sangue, che ha affratellato per secoli tanti popoli che
hanno abitato le culle di questa civiltà.
L’antico Baglio restaurato, la sua vista sui vitigni e sui campi di grano, mostrano allo spettatore uno spaccato
dell’originaria condizione contadina, patrimonio remoto di queste terre,
sottolineata dall’installazione di Pomodoro posta poco prima dell’ingresso,
sulla strada principale, L’aratro (1986). Rimangono sostanzialmente immutati,
nel tempo, le distese di grano, le coltivazioni, la quiete e i profumi portati
dal vento del Belìce.
Il Granaio, che un tempo custodiva il frumento che avrebbe nutrito il corpo, oggi custodisce l’arte, nutrimento dello spirito.
L’atmosfera di misticità che si cela nella preziosità delle sale, rivive
nell’incontro pacifico tra gli elementi delle diverse religioni,
nell’accostamento di manufatti provenienti da paesi in guerra tra loro,
nell’unione evocativa dei simboli di Occidente e Oriente come ricordano i due
guerrieri-sciamani a guardia del Museo, scolpiti da Salvatore Cuschera (2007).
Al primo piano della Casa Baronale ci si imbatte in un sacro sopravvissuto al
terremoto, il simulacro, mutilato ma riconoscibile, del Cristo portato in processione
nelle cerimonie religiose che si tenevano nella vecchia Gibellina prima della
catastrofe. Il Cristo, in ricordo delle vittime, è attualmente posto dentro a
una teca sovrastata da un Mihrab, luogo di culto islamico che nelle moschee si
colloca in direzione della Mecca, verso cui i credenti rivolgono le loro
preghiere.
Un Cristo dentro a un Mihrab non capita in nessun altro luogo al
mondo. E proprio qui, in questo luogo così unico, che a qualcuno, anche a chi
non ha imparato a farlo con le formule proprie dei riti, viene voglia di
pregare.
Al Museo delle Trame Mediterranee si rivive non soltanto il genius
loci di Gibellina (fortemente legato alle opere degli artisti contemporanei che
hanno reso possibile la sua ricostruzione dopo il sisma) ma dell’intero
Mediterraneo, accolto secondo una vocazione che la Sicilia ripete da secoli. Le
opere en plein air, la Casa Baronale, il Granaio, l’Antico magazzino del
Baglio, gli Ateliers, raccontano una storia, una storia da Mille e una notte,
con tante storie dentro: una narrazione multipla. Una vicenda raccontata con la
parola e con gli oggetti, con i testi e con le immagini, con il contenitore (la
Sicilia, Gibellina, l’antico Baglio) e con il contenuto (l’arte nel tempo,
l’arte dopo il terremoto, la tradizione che si rinnova). Questo racconto
difficilmente lascia il fruitore indifferente e, sovente, gli fa dono di una
conoscenza, viva e palpabile, che lo riporta alle sue radici.
Esempi come quello della Fondazione Orestiadi mostrano come i musei possano diventare l’identità
di un luogo, di una piccola città come di una grande area; possono, svecchiando
l’antico concetto di museo, non solo conservare l’arte e le memorie del passato,
ma anche preservare quelle del futuro invitando gli artisti a lavorare nei
propri Ateliers. Istituzioni museali come questa, Fondazioni, così capaci di
promuovere cultura, necessitano di adeguati mezzi di diffusione e
sostentamento, di didattica e comunicazione, di sempre maggiori riconoscimenti
e ricchezze.
Il museo accoglie nel tempo nuove
definizioni, detentore di memorie, bellezze, meraviglie, rivelazioni; promotore
di studio, educazione, diletto, sensibilità, comprensione del mondo; oggi, più
che mai, non deve dimenticare due importanti compiti: essere luogo geografico,
presenza fisica ben radicata nel territorio in cui sorge per salvaguardarne
l’identità, ed essere luogo dell’anima, suggestione immateriale capace di
arricchire la visione sulle cose e incantare il cuore di ognuno.
Gibellina non è solo una città,
Gibellina è tre musei: un immenso museo a cielo aperto e due grandi musei a
cielo chiuso (il Museo delle Trame Mediterranee e il Museo Civico d’Arte
Contemporanea). La valorizzazione del Museo, la sua fruibilità, la sua
ottimizzazione, si delineano come principali risorse su cui investire per
agevolare flussi di visitatori sempre più numerosi e per dare alla comunità
locale più coscienza del luogo in cui vive. Nello
scenario economico e sociale che si traccia negli ultimi anni, il turismo
culturale sta assumendo un ruolo di enorme importanza: si sta trasformando in
un fenomeno più ampio che produce benefici evidenti, diretti e indiretti, non
solo a vantaggio dell'ambito culturale, ma anche nei confronti del tessuto
economico e sociale che gravita intorno alle risorse culturali.
La Sicilia soffre di tante trascuratezze, una delle quali è quella di concentrarsi ancora
troppo poco sul suo patrimonio classico e quasi niente su quello contemporaneo.
E, quando ci si è concentrata di più, qualche volta l’ha fatto in malo modo:
facendo prevalere l’interesse economico-speculativo su quello
ambientale-culturale della sostenibilità futura. Qualcosa, però, forse, sta
cambiando. Il contemporaneo sta diventando classico, alcuni momenti tristi del
passato sono passati, e la gente sta incominciando ad interessarsi di più alle
proprie ricchezze, non solo materiali, ma anche di quelle dello spirito. Gibellina
non è solo un luogo geografico ma anche un luogo dell’anima, un posto talmente
pregno della sua storia, prima triste, poi magica, poi ancora da scrivere, che
il visitatore non può restarle indifferente. A Gibellina si è lavorato molto e
moltissimo ancora c’è da lavorare perché si diffonda la sua conoscenza, il suo
esempio, la sua realtà. Venendo qui ho scoperto che quel posto, che sembrava un
miraggio del sole di Sicilia, era proprio vero; ho conosciuto le persone che lo
abitano, mi sono accorta che ci sono viaggiatori da tutto il mondo che vengono
ad ammirarlo, anche se non è ancora conosciuto abbastanza e come meriterebbe;
ho visto che ci sono scuole e bambini; ho saputo con certezza che tutto questo
esiste nella realtà ma che è anche un sogno, un sogno cominciato quaranta anni
prima e poi continuato con instancabilità da tanti che qui hanno lavorato e
lavorano, da tutti gli artisti che hanno lasciato e continuano a lasciare preziosissime
opere; e da tantissimi, più di quanto si creda, abitanti del Belìce. Perché, è
così, ogni tanto i sogni diventano anche realtà.
Venendo a Gibellina ho scoperto
che non si dice Valle del Bélice ma del Belìce, con l’accento sulla ‘i’, come
felice. Felice, ma con la ‘b’. Quarant’anni fa nessuno l’avrebbe mai detto.
Quarant’anni fa, la Valle
del Belìce era una valle di lacrime. Parecchi morti restavano sotto le macerie
del terremoto e i vivi potevano solo scavare: con le braccia, le mani, le
unghie, scavare la terra; e, con il pensiero, l’amore, il bisogno, scavare
nella memoria. Passeggiando per il Cretto che oggi ricopre le macerie, sono
andata ad accarezzare le pietre: là sopra c’era la casa di Maria, là sotto
c’era la casa di Carlo; in mezzo, isole di cemento a isolare i ricordi, le
strade, le vite passate in quel punto una per una.
Quarant’anni fa, e nemmeno
trenta, nessuno avrebbe mai detto, guardando quella valle, che Belìce potesse
essere anagramma quasi perfetto di felice. Eppure, ci fu qualcuno che lo pensò.
Pensò Giustizia, Arte, Felicità e cominciò la sua opera, lentamente e
sormontando ostacoli che avrebbero scoraggiato chiunque. Sormontò mafia,
malgoverno, violenza e sconforto. Chiamò gli innamorati dell’arte, quelli che
l’arte la facevano e quelli che nell’arte ci credevano, e sopra una valle a
forma di farfalla fece volare Gibellina nuova. Arrivò Joseph Beyus a passare il
Natale in mezzo alle rovine; arrivò Leonardo Sciascia a fare appelli allo
Stato, per dare una casa ai superstiti sfollati nelle baracche; arrivò Renato
Guttuso a dipingere fiaccole accese per le notti di Gibellina; arrivò Mario
Schifano a strabordare di colori le tele enormi, insieme ai bambini; arrivò
Emilio Isgrò a scrivere spettacoli per Gibella, coinvolgendo gli abitanti;
arrivarono Arnaldo Pomodoro, Toti Scialoja, Mimmo Paladino a costruire
scenografie per le Orestiadi; arrivò Alighiero Boetti a riportare la festa e a
pensare nuovi ‘prisenti’ per il patrono San Rocco; arrivò Carla Accardi a
tracciare segni per le ceramiche del paese; arrivò Giulio Turcato a innalzare
statue inni di Libertà. Arrivarono tanti e tanti arrivano ancora. E, prima di
tutti, arrivò Pietro Consagra a costruire Porte che non chiudevano un bel
niente perché restavano aperte, aperte spalancate: le porte della Città di Tebe
davanti al Municipio, la porta dell’Orto Botanico, le porte del Cimitero, le
porte dei cancelli che adesso si trovano all’ingresso della Fondazione e,
soprattutto, la Porta
del Belìce (la Stella,
come la chiamano gli abitanti della Valle). Gibellina spalanca le sue porte e,
anche quando la si lascia per andare altrove, nessuno le chiuderà mai.
|